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giovedì 29 settembre 2016

IL PARRICIDIO MARXIANO DI LOCKE FIGLIO D’ABRAMO

di DANILO CARUSO

Intercorre uno strano rapporto tra Locke e Marx, un legame lungo una scala di pensiero, il quale usando figura metaforica definirei di sangue filosofico: Marx è figlio illegittimo di Locke. L’autore de “Il capitale” viene di solito posto sulla scia di Hegel a proposito della paternità concettuale, ma nel cuore di Marx giace un DNA lockiano. L’empirista inglese e il filosofo tedesco hanno al centro delle loro costruzione il primato del momento pratico-empirico, che ognuno sviluppa secondo uno specifico punto di vista, il quale tuttavia rimane innestato sullo stesso tratto di considerazione della realtà. Sotto simile profilo più autentico e saliente rispetto all’altro che sosterrebbe l’inesistenza del Marxismo al di là di Hegel, Marx è un figlio, non riconosciuto come tale, dell’ideologia liberale e liberista inglese. In questa relazione l’effetto non è accostabile alla causa, giacché il rapporto è appunto dialettico (in senso hegeliano). Prevale l’alterità marxista sull’omogeneità ideale di fondo. Spinoza asserisce che la causa e l’effetto devono avere un quid di sintonia il quale non li renda perfettamente estranei. Detta lezione supporta Hegel nell’elaborazione della sua dialettica: ogni tappa dell’essere fenomenico è attraversata da un filo motore di vitalità, confronto rispetto alla precedente; il susseguirsi non è una dinamica illogica di pezzi sconnessi, bensì qualcosa di paragonabile a un legame padre-figlio. Sia in Locke che in Marx la menzionata primazia esteriore al soggetto di un’attività produttiva li rende consanguinei riguardo all’attribuzione di paternità. Hegel è un padre putativo senza di cui ci sarebbe stato forse comunque un Marxismo: diverso, magari catalogato in seguito dagli storici nel novero dei socialismi utopici. Il fascino ideologico di Marx sta nella denunzia dell’ingiustizia sociale, nel mettere sul banco degli imputati colpevoli con precise accuse. Egli reagisce allo schema liberal-capitalista borghese a mo’ di un figlio di fronte a un padre tradizionalista autoritario. Locke considera l’uomo una sorta di surrogato davanti alla Natura mediata dall’empirico (alquanto hegeliana questa alienazione da sanare): da un castello esterno, e non immanente, gli esseri umani troverebbero il lume a guida del loro agire (l’esperienza informerebbe tutto l’uomo). La postulazione lockiana di un’idea di Dio così evidente al pari di tutte le altre, nell’ottica del suo empirismo, appare contraddittoria: è un concetto metanaturale che è un empirista coerente non può sostenere in tal guisa. Il Dio lockiano non rientra in un margine di riflessione empiristica: è un postulato, è una proiezione nevrotica. È un garante ontologico della bontà dell’ordine e dei principi liberali (i quali considerati in assoluto e delineati in modo lucido non sono un parto d’insania: da premesse false possiamo dedurre affermazioni vere). Siffatto Dio lockiano regredirà poi allo stadio di mano invisibile. In Marx, rivoltatosi contro l’ordine liberale costituito, l’umanità recita il ruolo di un’altra specie di vittima dell’attività esterna da essa promanante. La prassi empirica sebbene sia frutto umano diventa la nuova prigione, e ad avviso dell’autore de “Il capitale” dovrebbe divenire lo specchio in cui riconoscersi. Su di essa egli cala la dialettica hegeliana, rimuovendo che l’uomo è in primis un essere spirituale e che il suo baricentro è nella psiche e non nella produzione. Locke e Marx hanno alienato l’uomo ponendo al di fuori il faro. La tradizione razionalistica francese, da Cartesio culminata nel Tedesco Kant, resisterà al tentativo di sopravvento della res extensa. Locke e Marx deducono l’uomo da questa. Il materialismo storico è una concezione fuorviante: il dire, su base materialistica, che soggetti intelligenti, non necessariamente spirituali per Marx, ma in ogni caso pensanti con possibilità di libertà, siano subordinati al loro fare/esperire, svincolandoli da un livello di riflessione di altro valore, equivale a dare un primato a una dimensione alienante (come nel pensiero lockiano), e perciò a indicare una patologia mentale quale condizione normale. Marx ha verso Locke un complesso edipico (termini del confronto da intendersi pure nella veste di simboli di un macroconflitto storico). Fra i due c’è uno scontro generazionale in senso lato (per rendere l’idea pensiamo al ’68). La comprensione – differente da una giustificazione – degli eventi storici richiede strumenti analitici vari. La sola economia non può spiegare l’umanità, c’è bisogno del contributo di diverse discipline. Marx ha preso la dialettica hegeliana e ne ha fatto un uso improprio. Animato da condivisibile e ammirevole slancio nella lotta contro le ingiustizie, si è lasciato prendere la mano. Ha dato una patina di razionalità al suo sistema grazie alla dialettica hegeliana, però aver appiccicato essa sopra l’empirismo lockiano non ha prodotto integrale scientificità. Anzi sembra esserne venuto fuori un mostro di Frankenstein molto pericoloso. L’autore de “Il capitale” ha preso tutti i diseredati, in maniera astratta, e li ha messi da una parte; e dall’altra ha collocato gli sfruttatori. Tipi sociali che purtroppo ci sono stati, e ci sono tuttora; tuttavia non divisibili così facilmente in due sfere non inciampando in una forma di fanatismo gnostica. Dagli sfruttatori, a ritroso, Marx ricava attraverso premesse non sempre razionali aspetti storiografici accettabili se inquadrati nella giusta orbita. Esistono classi sociali, esistono interessi di parte, però il comportamento umano è determinato dalla psiche: è influenzabile dall’ambiente, ma questo non ha un’egemonia ontologica (la quale Locke e Marx invece riconoscono). Marx non avrebbe potuto dedurre il concetto di lotta di classe se privato della dialettica hegeliana: il concetto marxiano è un’astrazione generalizzante impossibile nell’ambito del materialismo, il quale da solo consente di raggiungere un bellum omnium contra omnes sviluppantesi in macrofasi. Grazie alla dialettica hegeliana il marxismo diventa dogmatico nel postulare la rivoluzione, la dittatura del proletariato, la fase socialista e quella finale comunista. Detto dogmatismo è il mostro di Frankenstein responsabile di tantissimi mali nel ’900. Marx è debitore nella sua pars destruens degli economisti inglesi: questo è l’autore scientifico, quello analizzante l’ordine sociale del padre e che ne evidenzia i difetti. Il Marx autore della pars costruens brancola nel buio della ragione: degrada il potere di applicazione della dialettica hegeliana a un bellum servile irrazionale. Nella sua prospettiva del futuro a tanti padroni se ne sostituisce uno, un oppressivo Stato socialista (criticato, tra i vari, da Simone Weil). Alla fine allo scopo di risolvere il problema sociale, si pone la necessità marxiana di distruggere il problema medesimo: disintegrare l’umanità nella definitiva fase comunista. A tal riguardo non è da trascurare che sia desiderio di liberisti estremisti uno Stato ridotto ai minimi termini, il quale non infastidisca il borghese bellum omnium contra omnes. Marxisti e liberisti integrali sembrano volere all’ultimo una meta quasi identica. Nel corso del segmento avente per estremi Locke e Marx sta appeso Rousseau, simbolo del contrasto interiore del liberal-socialismo: la contraddizione inerente alla società borghese rilevata da Marx, società travagliata nella sua maturazione ideologica dalla ricerca di un equilibrio tra libertà, uguaglianza e solidarietà. Locke, Rousseau (illuminista eretico), Marx si ritrovano lungo una gamma di pensiero sensista-sentimentale, la quale non è razionalista in senso puro. Rousseau è un ponte tra Locke e Marx, ulteriore dimostrazione di un agire spirituale degli uomini nella storia a volte non vigilato da cosciente razionalità. Spesso l’azione cade in balia di emozioni e passioni promosse dall’esterno, non accompagnate da opportuna guida della ragione; e sottolineo guida poiché l’uomo è sì un essere razionale, ma non può sopprimere il suo positivo lato emotivo non annientando l’anima stessa. Il pensiero marxiano è una reazione generazionale alla dottrina liberal-liberista. La dialettica liberali/comunisti potrebbe essere una nuova figura, posteriore, della “Fenomenologia dello Spirito”. L’autore de “Il capitale” dal canto suo riconduce ogni divenire sociale allo scontro tra servi e padroni, dove chi vince è destinato prima o poi nello spazio sociopolitico a essere sconfitto ed emarginato a sua volta. Tutto sommato questa è una constatazione banale, a posteriori; mentre a priori si proietta in un’escatologia gnostica, inspiegabile perché dogmatica, e foriera di sventure. Il fatto che il dominatore resti al suo posto sin quando non viene rimpiazzato è un’asserzione tautologica. Il confronto tra sistemi pur sempre di pensiero produce una dialettica spirituale (non sempre scevra di nevrosi). Le generazioni di cui ho parlato sono metafore, una summa di connotazione di un tratto temporale, altresì epoche. Mi sono servito del concetto e del termine di generazione per la sua valenza psicologica. L’impostazione da me data alla trattazione è di richiamo junghiano. Il materialismo marxiano ha mostrato sintonia solo con gli studi freudiani (di eguale vocazione antimetafisica e materialistica). Tuttavia Freud non è da pensare in contrapposizione a Jung. Gli studi dell’Austriaco hanno solo un carattere di parzialità e non di erroneità. Il complesso marxiano nei confronti di Locke è di natura edipica. Dov’è la donna? È la Grande Madre junghiana, l’archetipo femminile della Natura. Natura da cui Locke pretende di ricavare leggi nevrotiche, che consentano uno sfruttamento di tutti i suoi settori. Le leggi di natura lockiane non sono postulazioni razionali; sono autorizzazioni, legittimazioni richieste e scaturenti da una prassi attivistica. Jung distingue tipi caratteriali in base alla coppia delle funzioni razionali di giudizio del soggetto (ragione e sentimento) e a quella delle irrazionali di percezione (intuizione e sensazione). Lo studioso svizzero accanto alla dicotomia introversione/estroversione tiene conto di quella razionale/irrazionale. La filosofia di Locke è “sensista estroversa – sentimentale introversa”, non si appoggia alla facoltà del pensiero logico. Egli al posto della ragione ha messo una nevrosi: sentimento-di-libertà non è lo stesso di concetto-di-libertà. Medesima cosa fanno Rousseau e Marx, operanti in analogo campo psichico e con modalità proprie. Le leggi di natura lockiane consentono di mettere una mano (invisibile) sulla Natura. Questo investimento di libido junghiana che si dispiega mediante facoltà non precipuamente razionali ha i connotati di uno stuprum Naturae. Qual è la reazione di Marx al cospetto della violenza? È una risposta edipica, giacché i tipi psicologici sono su un piano freudiano. La psicologia di Freud è un’introspezione perfetta della società capitalistica. Jung ha invece sondato un campo più vasto. Freud, curando i malati del capitalismo, ha generalizzato il suo modello. Marx e Freud sono accoppiati in virtù delle loro affinità (ad esempio da Marcuse). Il primo vuole sostituirsi al padre Locke (fase socialista del marxismo) e rientrare – sulla falsariga di Rousseau – nel grembo della Grande Madre (fase comunista). L’autore de “Il capitale” ha profetizzato l’avvento della rivoluzione proletaria in Inghilterra. Simile profezia non ha un valore scientifico convenzionale. Durante la metà dell’Ottocento un osservatore politico, al suo posto, avrebbe detto in Francia (dalle tante rivoluzioni), terreno fertile a beneficio di un radicale cambiamento. Però Marx sceglie l’arida Inghilterra, poiché decide di uccidere il padre: il sistema capitalistico crollerà quando muterà il modello organizzativo sociale angloamericano, questa è la profezia (junghiana?) di Marx (il nemico si sconfigge al suo interno, non tagliando qualche testa dell’Idra). Locke e Marx sono dunque un padre e un figlio nell’atto di uno conflitto generazionale macrostorico. La materia in esame a proposito di Locke pone la domanda: perché figlio d’Abramo? L’attivismo, il primato della dimensione pratica ed empirica, qualificante il pensiero lockiano ha un’ascendenza veterotestamentaria. Weber ha ricondotto l’origine del capitalismo moderno a una serie di meccanismi psicologici di ispirazione religiosa, a una forma patologica del comportamento umano ricercante il segno della salvazione da parte di Dio nel successo economico e sociale. Tale dinamica inconscia nel mondo protestante in primis calvinista è la nevrosi alla radice del capitalismo occidentale. Notiamo in Locke la prassi ancorata a un’idea di Dio metafisica: si tratta del meccanismo weberiano in embrione concettuale. L’attivismo capitalista ha però un padre più vecchio: il volontarismo, l’attivismo degli esuli atonisti che ambirono alla fondazione della Nazione ebraica antica. La ricerca del successo bellico, dell’affermazione di un gruppo a testimonianza della predilezione divina (del Dio principale) costituisce quel modello veicolato dal Cristianesimo nella cultura occidentale. Un Cristianesimo irrazionalista esploso con la Riforma luterana. La religione giudaica, sostiene Freud, ipostatizza nella figura del Dio numero uno una proiezione nevrotica maschilista dell’immagine paterna. Questo è il discutibile Dio di Locke, garante del sistema liberale, il quale si rivela alla fine un modello teocratico in incognito, copiato dai fisiocratici francesi alla ricerca di giustificazioni borghesi in economia. Puntualizzo in maniera inequivocabile che le mie parole cercano di indagare con obiettività, e che non hanno niente a che spartire con punti di vista antisemiti. Le dinamiche psicologiche messe in evidenza piuttosto che prestarmi a essere frainteso serviranno a far capire la genesi di luoghi comuni (simboli) antiebraici, i quali inquadrati in un impianto analitico anche junghiano indicano la loro sorgente in un archetipo dell’antisemitismo (il cui avvicinarsi alla coscienza è da rifiutare). Mai e in nessun posto può sussistere un diritto a uccidere esseri umani a causa di nevrotici pregiudizi discriminatori. Se vogliamo sul serio combattere la violenza e la discriminazione di irrazionalista nascita dobbiamo comprendere i fatti storici, e inoltre quelli psicologici, dal loro intimo. Certificare la verità e avverare il certo sono le mire di uno storico. L’irrazionalismo volontaristico tedesco, uscito fuori dal Luteranesimo, e molto tragicamente manifestatosi durante l’era di governo nazista, ha la sua provenienza dall’Ebraismo. Può sembrare un’assurdità, e io ne resto turbato, però è un dato evidente che la teoria del popolo eletto (da Dio) stia nel Tanak. L’irrazionale presunzione tedesca, resasi visibile in intellettuali di vaglia, ha bevuto l’acqua versata nel suo canale in principio da Lutero, il quale fu il promotore dell’assunzione della dottrina del popolo eletto da parte dei Tedeschi. Dall’editto di Costantino la crisi spirituale della Civiltà occidentale si è acuita: una dialettica fra la razionalità grecoromana e l’irrazionalità giudaicocristiana ha caratterizzato la storia successiva dell’Occidente. Quando ha prevalso l’irrazionalismo, il Cristianesimo ha provocato mali: la caduta dell’Impero romano, la morte di milioni di persone, il trasferimento di alcuni difetti dell’Ebraismo al di fuori del suo contesto originario (misoginia, omofobia, teocrazia, attivismo irrazionale). Di per sé l’attivismo non è un male; e il modo in cui si sostanzia a rendere negativa una condotta. Il mondo medievale visse un’esperienza imprenditoriale avanzata con l’attività dei Templari, i quali diedero vita a un giro d’affari internazionale legato a una visione, per allora, di inusuale sincretismo religioso nel panorama monoteista. L’arricchimento dei ceti intraprendenti cominciò a prevalere su tutto il resto. I Templari fecero le spese della loro abilità davanti ai vecchi padroni, e furono distrutti rinascendo in Scozia dietro alta veste dentro all’origine templare della Massoneria. Qui ritorniamo da Locke e dal liberismo inglese. Scoprire il Giudaismo antico la radice dell’irrazionalità occidentale che si misura con la razionalità grecoromana, è una cosa da esaminare con la massima attenzione e la dovuta accortezza. Non si rileva nell’analisi storica e filosofica siffatta analogia di vedute rispetto a sbagliate e riprovevoli concezioni delle quali un exemplum può essere quella del nazista Rosenberg. Rispetto gli Ebrei, mi addoloro pensando alla Shoah e a tutte le loro persecuzioni. Indicare l’Ebraismo antico quale movente di irrazionalità significa evidenziare una categoria concettuale, un sistema di pensieri, non un gruppo di persone (etnia). Su questo versante cammina il ragionamento, proseguente sul lato psicologico nell’illustrare la genesi di due simboli negativi dell’altrettanto non positivo archetipo dell’antisemitismo. Antisemiti sono coloro che danno una risposta irrazionale a una domanda irrazionale. In tale risposta può darsi il trovare due topoi: l’Ebreo usuraio e la finanza ebraica, e l’Ebreo bolscevico dietro all’URSS. Detti simboli celano trame psicologiche di cui conosciamo l’albero genealogico. Locke è padre di Marx, e figlio d’Abramo; allora Abramo è nonno di Marx: il sillogismo dell’attivismo è chiuso. Non si sa quanto siano coscienti di esso i vari estremisti nevrotici antisemiti. Se conosciamo i telai e l’intelaiatura storici e psicologici, guadagniamo strumenti di guarigione. Non esistono cospiratori Ebrei, ma adesioni consce o inconsce a determinati modelli di comportamento. La questione è di profonda psicologia, non materia di fanatismi religiosi o politici. Se, ad esempio, la finanza angloamericana e quella ebraica si possono trovare allineate non c’entra la razza. In questi casi c’è una ciceroniana solidarietà di interessi: il dettaglio dell’accidentale può avere diversi nomi. Voglio fornire un ulteriore contributo volto a sfatare il mito negativo del mercante giudeo. Dopo la diaspora gli Ebrei divennero abili imprenditori grazie a un semplice motivo: spostarono l’idea di elezione dal piano politico-militare a quello sociale, e gli accadde la stessa cosa dei protestanti calvinisti. In virtù di ciò, i protagonisti di comportamenti compulsivi capitalistici stanno nello stesso contenitore. A cavallo di ’800 e ’900 l’essere Inglese, Americano o Ebreo non ha rilevanza categoriale in relazione diretta al fenomeno capitalista. Hanno rilievo i meccanismi psicologici indotti dalle religioni di riferimento. Quelli contano nella lettura sociopsicologica. Nonostante tutto ciò è da ricordare che la maggioranza di Giudei, Americani e Inglesi fosse composta da gente semplice del novero degli sfruttati. Gli intraprendenti di migliore successo in confronto al loro si dimostrano soltanto un’oligarchia di attivisti compulsivi cronici, in fin dei conti senza patria (come si diceva dei bolscevichi). Locke non nutre simpatia nella sui generis tolerantia (includente il Giudaismo) nei confronti di cattolici e atei. Temeva i primi a causa di ragioni politiche (sono fautori di modelli totalitari e assolutistici: l’utopia di san Tommaso Moro, la monarchia assoluta); i secondi lo preoccupano per via di motivi meno contingenti. Stupirebbe in un elogio della tolleranza vedere estromessi pure gli atei. La spiegazione si trova nella difesa del garante ontologico del sistema liberale. Senza un Dio-nevrosi che predestina al successo, chi può giustificare la pretesa di salvezza? Locke ripudia quindi il figlio futuro parricida, al quale non resta per contrasto altro dal proclamarsi ateo, avverso a ogni forma religiosa convenzionale (esclusa la sua). Il liberalismo fideistico ha de facto teorizzato la borghesia quale popolo eletto, la sua superiorità rispetto alla razza dei poveri (maltusianismo, darwinismo sociale), accogliendo gli Ebrei. La tradizione tedesca ha edificato una sua teoria sociobiologica, nell’eleggere la Germania dal sangue puro al di sopra degli altri, escludendo i Giudei. Dalla fine dell’Ottocento a oggi (Brexit, UE germanocentrica) la storia europea è ruotata attorno a una competizione fra Inglesi (ideologia liberal-capitalistica) e Tedeschi (ideologia pangermanista). I primi, empiristi, nell’irrazionalità sono spiritualisti; i secondi, spiritualisti, nella loro irrazionalità sono empiristi (marxismo, razzismo biologico). Questi testé delineati sono meccanismi di compensazione psichica inconscia junghiani. Ovunque gli attivisti nevrotici hanno preso il potere politico, hanno considerato la legge e il potere legislativo secondo il criterio di utilità del più forte. Ciò non significa che istanze di genuina emancipazione non si associno a esperienze storiche. Questa realtà è un ibrido dove poter rintracciare tensioni opposte.