Nella giurisprudenza italiana in virtù della legge 248 del 18 agosto 2000 anche i testi pubblicati su internet godono della tutela del diritto d’autore già stabilito dalla precedente legge 633 del 22 aprile 1941. La loro riproduzione integrale o parziale è pertanto libera in presenza di scopi culturali e al di là di contesti di lucro, da questo lecito uso fuori del consenso dello scrittore si devono necessariamente poter evincere i seguenti dati: il link del testo, il titolo, l’autore e la data di pubblicazione; il link della homepage del suo contenitore web. Copiare non rispettando queste elementari norme rappresenta un illecito.

domenica 21 novembre 2010

IL PENSIERO SOCIALE DI ALFONSO GIORDANO

di DANILO CARUSO

Gli studi e le ricerche sulla figura di Alfonso Giordano (1843-1915), medico lercarese, filantropo e professore universitario d’igiene mineraria a Palermo, hanno prodotto più o meno sin ora apprezzabili profili di natura esclusivamente biografica senza approfondire le matrici e la sostanza ideologica di quello che fu il suo credo ispiratore. La scoperta dell’ufficiale adesione del Giordano all’Anticoncilio di Napoli del 1869 – nessun altro studioso interessato ne ha mai parlato – mi ha spinto ad indagare questi aspetti concettuali che ridanno la cifra socioculturale interiore dell’uomo. Nel 1869 Giuseppe Ricciardi, in concomitanza ed in risposta al Concilio ecumenico vaticano I, promosse un Anticoncilio a Napoli. Costui, Napoletano, figlio di un giurista, aveva fatto parte della Giovine Italia ed avuto contatti con Mazzini e seguaci di Fourier e Saint-Simon. Deputato radicale di sinistra (1861-70), era sostenitore della cancellazione del primato nello Statuto albertino della religione cattolica (art. 1), dell’acquisizione allo Stato dei beni ritenuti inalienabili appartenenti ad enti religiosi (esenti da tassa di successione), di una modifica del sistema elettorale (che dava rappresentanza a circa il 3% degli Italiani maggiorenni). All’Anticoncilio – che rivendicava la libertà di culto, la laicità dello Stato e della morale, il diritto al lavoro, all’assistenza, all’istruzione, ed alle pari opportunità femminili, e proponeva uno spirito di fratellanza universale – parteciparono 461 persone (aderirono: 60 parlamentari, 62 logge della massoneria, 34 società operaie, il Comitato di Napoli per l’emancipazione delle donne italiane e gruppi femminili di tutt’Italia, più di un centinaio di altri gruppi associativi, una trentina di stranieri, nonché Giosuè Carducci). Avevano inoltre, tra gli altri, scritto lettere di sostegno lo storico siciliano Michele Amari e Victor Hugo, quest’ultimo: «Di fronte al concilio dei dogmi riunire il concilio delle idee: ecco, signore, un pensiero alto ed efficace a cui aderisco». Comprendere la dimensione ed il valore dell’adesione di Alfonso Giordano a questo evento mi ha mostrato la matrice mazziniana, già nota ma non evidenziata ed analizzata, dei suoi convincimenti (testimoniati in brani di sue pubblicazioni). PENSIERO E AZIONE è uno slogan mazziniano che indicava le vie, l’istruzione e la rivoluzione, per raggiungere il fine di una patria unitaria e repubblicana da porsi in un contesto di solidarietà fra le genti (meta a sua volta inserita in un progetto di ordine divino). Mazzini, vicino al deismo, non era cristiano, rifiutava il comunismo di Filippo Buonarroti ed il suo criterio di rivolta di classe, auspicando invece adeguati miglioramenti di carattere sociale nell’ambito della sua dottrina. Dal sansimonismo accoglieva l’idea dell’interclassismo e quella d’identificare il ruolo amministrativo e quello religioso. Per Mazzini, fautore di una democrazia del consenso, la Chiesa cattolica era un elemento di reazione nei confronti del progresso del popolo italiano, inquadrato nella Provvidenza (concetto che si esprimeva nella formula DIO E POPOLO). Le tracce di queste correnti ideologiche delineate si ritrovano nella forma mentis di Alfonso Giordano. Non sono neanche da trascurare le naturali venature del Positivismo ottocentesco (che eleggeva la scienza a supremo strumento di conoscenza obiettiva) e quelle che sembrano provenienti dalla filosofia di Robert Owen, socialista utopista, propugnatore di riforme a tutela ed a miglioramento delle condizioni dei lavoratori, fondatore del laburismo inglese (forse i Rose Gardner di Lercara Friddi poterono rappresentare un canale di richiamo).
Ad exempla questi brani estratti rispettivamente da due sue opere: La fisiopatologia e l’igiene dei minatori (1913), Discorso inaugurale per la Società operaia Fratellanza e Lavoro (1871).
«Non si potrà mai provvedere alla salubrità e sicurezza delle miniere né alla tutela dei lavoratori senza un Codice industriale, con le norme […] atte a prevenire le cause delle malattie e degli infortuni ed a stringere sempre più buoni rapporti tra padroni ed operai. […] Scelgano come direttori persone di moralità ineccepibile e che siano di affidamento di possedere un corredo di cognizioni necessarie al disimpegno della loro missione. […] Ad iniziare e compiere le necessarie riforme la più larga parte spetta ai capitalisti. Se essi vogliono pretendere dai loro operai adeguato ed amorevole lavoro è indispensabile che nella retribuzione loro concedano il necessario a riparare le forze del corpo, sopperire agli urgenti bisogni della vita, ed alle naturali esigenze della loro salute compromessa. Così i Dolfus [et ceteri citati], i quali si godono è vero il frutto delle loro ricchezze, ma, secondando gli sforzi dei governi colla costruzione di case operaie, colla vendita di derrate a prezzi ridotti, cogli anticipi agli operai, che ambivano possedere le loro abitazioni, coll’ordinamento di Società di mutuo soccorso, colle istituzioni di casse di riserva per gli immobili ed i vecchi, contribuirono validamente allo immegliamento e redenzione dei loro lavoratori. […] Devesi all’istruzione infatti se le umane società poterono avviarsi a camminare sulla via del progresso, abbattendo passo passo l’errore, facendo penetrare il vero in tutti del pensiero. Fu, ad opera delle scuole pubbliche e private presso le principali nazioni, che progrediscono le scienze e con esse fu data una vigorosa spinta alla politica, alle leggi, ai costumi, contribuendo efficacemente alla soluzione dei più grandi problemi sociali. […] La pubblica cultura, sia che si porga con la voce viva del maestro all’ombra di un albero o di una capanna, sia che s’inculchi dai sacerdoti del tempio, riunendo gli uomini in una famiglia e moltiplicando il numero dei pensatori e degli uomini liberi, si oppose al dilagare della prepotenza e del dispotismo ed abbatté gli idoli della superstizione e dell’oscurantismo. […] Fugate le nubi del superstizioso, squarciate le tenebre che avvolgono i misteri della natura; dal ponderabile salendo all’imponderabile, dalla fisica alla metafisica, nulla poté resistere con l’esatta applicazione delle scienze positive alle armi della critica e dell’esperimento. […] Perorando la causa degli operai italiani non è un esclusivo sentimento nazionale, che ci pervade e c’ispira, ma quello universale e cosmopolita. Abbattere le barriere, che un tempo dividevano i popoli ed associate tutte le nazioni dal vincolo della solidarietà per la comune difesa contro le pubbliche sciagure, nemici che non conoscono frontiere di Stati, né limitazioni di territorio, la classe dei cittadini, per la quale invochiamo riforme, non è da noi considerata appartenente ad una sola città o ad un solo paese come sperduta in ogni buio angolo della terra, ma tutta in attesa di essere posta sotto le grandi ali dell’umanità. […]»
«Il giorno in cui la santa idea del bene – rotta la catena dei secolari pregiudizi e domata la lotta che inesorabilmente le muovono l’ignoranza, l’errore, l’egoismo – appare vittoriosa sulla scena della vita, è giorno di gioia per le anime pie e generose! […] Aberrò chi ripose il concetto della fratellanza nella formula pericolosa del comunismo. Al sussidio di una tal dottrina il diritto di proprietà divenne un furto, o un falso diritto creato dall’abuso della forza e dall’avidità umana. Fu pensiero di menti inferme quando sotto il prisma abbagliante di amor di patria proclamò fratellanza la deificazione di ogni passione individuale; fratellanza l’anarchia dell’educazione; fratellanza l’abolizione di una legge morale sovrana; fratellanza l’apoteosi di ogni grandezza, d’ogni gloria, d’ogni tendenza che fondasi sul misero culto degli interessi materiali, sulla violazione del diritto altrui, sulla legittimità di una guerra fratricida. […] Il lavoro non è solo la prima sorgente della vita, ma è la vita stessa perché questa non è altro che moto, moto continuo di pensiero e di azione. […]»
Un quesito si pone riguardo al riformismo umanitario di Alfonso Giordano, connotato nei suoi tratti da tangenze con punti del socialismo utopistico, ed è quello sul suo rapporto col Cattolicesimo e la religione in generale. La sua posizione spiritualista di partenza pare non spingerlo ad un aperto ed accanito anticlericalismo, anzi sembra aderire ad un Cristianesimo adogmatico e filantropico supportato dall’analisi storica, rivolta alle vicende neotestamentarie, di Ernest Renan: il Giordano criticò in maniera scientifica le degenerazioni della religiosità (osservate in due casi particolari: Lercara ed Alia) senza con ciò rinnegare la religione. È possibile definirlo un positivista deista cristiano. Uno dei principi degli anticonciliari del ’69 recitava: «Noi siamo, e noi soli, i veri discepoli del vostro Gesù, noi che ci studiamo di combattere senza posa la povertà e l’ignoranza». Molto rilevante al fine di accostarsi alla sua ammirevole personalità, naturalmente in aggiunta all’insieme di tutte le sue opere date alla stampa, è il suo manoscritto autobiografico riportato in “Alfonso Giordano jr / ALFONSO GIORDANO – L’ARCANGELO DELLE ZOLFARE / 2008” al cap. III, ricchissimo di spunti. Qui egli stesso ci dice: «Non facevo ricorso a esteriori liturgie confessionali, ma nell’intimo mi sentivo profondamente cristiano, perché in tutta la mia vita ho sentito imperioso il precetto cardine del Vangelo di amare il prossimo come me stesso. Anche se non frequentavo sempre la chiesa, ho sempre creduto profondamente in Dio, nel creatore di tutte le cose umane e la mia fede era la stessa, sincera ed ingenua di quella che avevo scoperto ed ammirato in tante donne compagne di vita dei minatori, nella povera gente: sicché mi è stato sempre chiara la profondità del messaggio di Cristo, là dove afferma la difficoltà per i ricchi di entrare nel regno dei cieli».
A chi ha letto “La vita di Gesù” di Renan risulta non difficile vedere come tali parole e l’ideale del Cristianesimo delle origini, ricostruito storicamente dallo studioso francese, vadano nella stessa direzione: non che il Giordano abbia riscoperto questo in Renan, ma appare plausibile, dati i suoi particolari rapporti con la cultura francese, che là trovasse un appoggio ulteriore alle sue idee. Inserito nei dibattiti scientifici internazionali, Alfonso Giordano, dotato di un solido sapere umanistico e medico, fu uno dei più nobili figli dei suoi tempi e della temperie culturale dell’epoca. Nei suoi scritti si espresse anche a difesa del ruolo della donna nella società e del futuro dei più giovani sfruttati nel lavoro.


Il monumento pubblico, con il busto opera di Antonio Ugo degli anni ’20, che a Lercara Friddi ricorda Alfonso Giordano alla posterità.

mercoledì 17 novembre 2010

LA TRAGICA STORIA DI ALDONZA SANTAPAU

di DANILO CARUSO

La storia di Aldonza Santapau (= santa pace) ricorda molto da vicino quella
simile, raccontata da Dante nel V canto dell’Inferno, di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Aldonza era venuta al mondo nel settembre del 1448 nel castello, di proprietà della sua famiglia, in Sicilia orientale, di Occhiolà (il centro urbano precedente Grammichele distrutto dal terremoto nel 1693). La sua progenie era spagnola: gli Ademaro intorno al 1150 erano divenuti baroni di Santa Pau (con altri più estesi territori) in Catalogna. Dei Santapau quindi si trasferirono in Sicilia, dove diventeranno feudatari, alla fine del XIV secolo. Il padre di Aldonza, Raimondo, era barone di Licodia, ed aveva avuto dalla moglie Eleonora Valguarnera un altro figlio: Ponzio (barone di Occhiolà), che morirà prima di lui nel 1483. Aldonza Santapau era andata in sposa ad Antonio Pietro Barresi, barone di Militello in Val di Catania. Poiché costui stava lontano dai suoi possedimenti per parecchio tempo visto che era al seguito di Giovanni I re d’Aragona e di Sicilia, suo fratello Nicola montò un’accusa di relazione extraconiugale a carico della cognata con l’amministratore dei beni Pietro Caruso. Il motivo si ritiene sia stato in un tentativo di vendetta perché questa non avrebbe voluto concedergli denari per i suoi piaceri. Il barone di Militello fece mandare i due supposti amanti sotto tortura nel suo castello. La Famiglia Santapau, dopo aver fallito un tentativo di liberazione, chiese pure l’intervento del viceré Lopez Ximenes de Urrea. Ma il rappresentante di quest’ultimo al suo arrivo trovo solo cadaveri: il 26 agosto 1473 infatti Aldonza era morta per strangolamento operato dal marito. Il Barresi responsabile di uxoricidio fu condannato alla pena dell’esilio, da scontarsi a Malta; ma nel 1475 godette dietro pagamento dell’indulto. Nel frattempo i Santapau si erano vendicati: Ponzio in una imboscata aveva ucciso il presunto calunniatore. Processato con suo padre, nel 1475 a questo toccò in sorte l’assoluzione (non apparendo una correità dimostrabile), a lui invece l’esilio e la confisca dei beni. Nel 1478 il viceré però gli concesse la grazia ed i provvedimenti di pena furono revocati. Come sia andata veramente la storia della possibile relazione illecita ancor oggi s’ignora.

video