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domenica 26 dicembre 2010

UNA VECCHIA LOCANDA IN TERRITORIO DI LERCARA?

di DANILO CARUSO

Il rudere in contrada Friddi di fronte all’abbeveratoio cosiddetto di PILICEDDI, da questo separato da pochissimi metri di strada, è una delle diverse pregevoli attrattive monumentali poste in territorio di Lercara Friddi. Quello che oggi resta di questa costruzione non è la stessa cosa di ciò che lì vi era già rimasto da tempi più remoti. Infatti negli anni ’30 il proprietario di quel terreno, utilizzando la calce idraulica ed il materiale circostante che a terra giaceva, riedificò una parte della struttura. A quel tempo in piedi recuperabile c’era, guardando dalla strada, l’ambiente a sinistra del muro con il passaggio (murato) a forma di arco (ignoro con precisione in quali condizioni fosse il tutto). Il proprietario di allora ricavò dal suo intervento un vano per i suoi usi: questo a sinistra che in quanto più recente ha perso solamente il muro più lontano parallelo alla strada, mentre l’altro vano (a destra dell’arco) ne ha persi due: il prosieguo del parallelo più lontano rispetto alla strada ed il muro esterno di destra dell’edificio. Questa analisi storica, è protesa a capire la funzionalità di quell’edificio e da qui la sua genesi temporale. Quel grande arco ha attirato la mia attenzione inducendomi a pensare che quello che vi passasse attraverso potesse essere un cavallo (perché sennò uno spazio così ampio?): collegando ciò alla presenza della vicinissima fonte d’acqua sono pervenuto all’ipotesi di una stazione di sosta (per corrieri, passeggeri, muniti di cavallo o no). La zona di Lercara Friddi è a metà strada tra il versante sud che si dirige verso Agrigento, e quello nord che da qui si dirama lungo una direttrice verso Palermo e lungo un’altra verso Termini Imerese: l’ITINERARIUM ANTONINI (che è dell’inizio del III sec. d.C.) è il più remoto documento che parla di un percorso Palermo-Agrigento, possibilmente con una statio situata nella regione tra Castronovo e Vicari. Nel caso della nostra ipotizzata stazione (che parrebbe medievale), vista la sua dislocazione, dovrebbe trattarsi della direttrice per Termini, la quale passerebbe dal territorio di Roccapalumba dopo aver costeggiato ad ovest l’asse Cozzo dell’Affumata-Cozzo san Filippo. Escluderei – sulla base della conoscenza che abbiamo di tutte le chiese lercaresi –  una originaria, o seguente, funzione sacrale del complesso architettonico all’esame poiché non se ne ha notizia.

Per un tentativo di datazione farei innanzitutto una distinzione di due fasi:

1) quella precedente alla chiusura dello spazio sotto l’arco (chiusura forse contemporanea all’altra di una più ridotta entrata sul muro esterno di sinistra;

2) quella successiva.

1) Come terminus ad quem di questo primo periodo mi pare in ogni caso difficile non pensare alla nascita di Lercara. Non mi stupirei se questa stazione fosse stata anche locanda: la vicina sorgente d’acqua con bacini collegati fa immaginare delle esigenze ed una organizzazione di quell’area non indifferenti. Il terminus a quo resta indefinito, ma dovrebbe ritenersi posto nel Medioevo (propenderei per gli ultimi secoli).

2) Dopo la comparsa del paese, stazione e/o locanda in un luogo isolato così a ridosso di Lercara non servivano naturalmente più: è probabile che risalgano a questo secondo periodo le prime modifiche accennate, destinate alla promozione di un diverso uso di questo bene monumentale.


Il muro frontale e ciò che resta di quello esterno di destra.

Il muro esterno di sinistra, guardando dalla strada (particolare: l’ingresso murato).

La visione dell’arco murato dall’altro vano.

L’abbeveratoio.

venerdì 24 dicembre 2010

LE ZOLFARE DI LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO


indice
1. COSA È LO ZOLFO
2. LO ZOLFO IN SICILIA
3. 1. BREVE STORIA DELLE ZOLFARE LERCARESI
3. 2. I ROSE GARDNER DI VILLA LISETTA
3. 3. IL VILLAGGIO PER GLI ZOLFATARI
4. VIDEO
 

1. COSA È LO ZOLFO

Lo zolfo è un elemento chimico, cioè una sostanza che non è il prodotto di altre più semplici in natura. È inodore, fuso assume un colore rosso. Sue tracce sono rinvenibili sull’orlo dei crateri vulcanici e nei pressi di sorgive d’acqua calda. Si può trovare in varie sostanze naturali composte tra cui il gesso (che è un solfito di calcio), il carbone ed il petrolio.

Con lo zolfo si producono:
· disinfettanti,
· insetticidi e fungicidi (nelle coltivazioni agricole ostacolano l’azione dannosa del fungo denominato oidio),
· lassativi (la magnesia),
· fertilizzanti per terreni in cui scarseggia il magnesio,
· esfolianti (che provocano la caduta delle parti più superficiali della pelle),
· polvere da sparo (una miscela composta anche da carbonio e nitrato di potassio ideata dai Cinesi nel XII sec. per i giochi d’artificio),
· fiammiferi,
· acido solforico (molto utilizzato industrialmente per produrre detersivi e batterie),
· l’ebanite o vulcanite (un materiale solido nero ricavato da gomme contenenti elevate quantità di zolfo),
· conservanti alimentari e sbiancanti per la carta generati dalla condensazione dell’acido solforico,
· fissativi per le immagini fotografiche (tiosolfato di sodio o di ammonio).

Alcune sostanze prodotte con lo zolfo, o che lo contengono in natura, possono essere pericolose per la salute umana ed ambientale:
· gli acidi solforico e solfidrico sono erosivi,
· il solfuro d’idrogeno, che può rendersi impercettibile all’olfatto, è un gas fortemente nocivo,
· la combustione industriale del carbone genera biossido di zolfo, che combinandosi nell’aria al vapore acqueo ed all’ossigeno si trasforma in acido solforico, il quale ricadendo con le cosiddette piogge acide inquina gravemente le falde acquifere ed i terreni.


2. LO ZOLFO IN SICILIA

Lo zolfo è conosciuto a partire dall’antichità: ne parlano il libro della Genesi (assieme ad altri libri della Bibbia) ed Omero, inoltre i Romani ne fecero un uso incendiario in battaglia. I giacimenti zolfiferi siciliani, quasi tutti concentrati nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna, cominciarono ad essere sfruttati dal principio del XVII sec., incrementando notevolmente l’attività nei secoli successivi. Nel 1820 l’attività isolana di sfruttamento copriva l’80% di quella mondiale. Lo zolfo siciliano era commercializzato nei paesi industrializzati d’Europa, soprattutto l’Inghilterra e la Francia, e negli Stati Uniti. All’inizio del 1800 la Sicilia era al centro delle rotte commerciali del Mediterraneo, come Malta che era già colonia inglese. Gli Inglesi avevano più volte espresso la volontà di un’annessione dell’isola. Nel 1808, nel 1809 e nel 1812 furono stipulati dei trattati tra Sicilia ed Inghilterra che attirarono l’isola nella sfera d’influenza britannica, anche a causa della politica napoleonica contro l’Inghilterra. Durante il periodo napoleonico vi fu in Sicilia la presenza di un presidio militare nel 1811-1814. Sull’isola si trasferì un esercito di 15.000 uomini ed un gran numero di commercianti sospinti dai sussidi della madrepatria: gli Inglesi sovvenzionavano direttamente sia i Borboni sia i loro connazionali. Dopo la fine delle guerre napoleoniche, la presenza inglese diminuì notevolmente, e rimasero solo gli imprenditori con radici più salde. L’Inghilterra acquistava allora il 40% delle esportazioni siciliane, e vi rimetteva, nonostante il regime protezionistico borbonico (1824), il 32% dei prodotti importati. I prodotti siciliani subivano tra l’altro la concorrenza di quelli napoletani essendo ostacolati dalle norme fiscali interne. Mancava inoltre nell’isola un sistema bancario e creditizio degno di questo nome. I mercanti-banchieri inglesi si inserirono in questo contesto con i loro capitali accettando il rischio d’impresa. La loro abilità mantenne l’isola sotto il controllo economico inglese. Questi si allearono con la nascente borghesia locale esercitando un condizionamento verso i poteri pubblici: era del tutto assente un ceto imprenditoriale. L’epidemia di colera che imperversò in Sicilia nel 1836-37 aveva lasciato pesanti problemi ed il governo borbonico, nel tentativo di recuperare le posizioni perdute, aveva attuato provvedimenti economici che danneggiavano fortemente gli Inglesi specialmente nel settore zolfifero, dove vantavano più di venti aziende impegnate nell’industria estrattiva. Ne scaturì la cosiddetta guerra dello zolfo. Il re in visita in Sicilia nel 1838 aveva concesso l’esclusiva commerciale dello zolfo siciliano per un decennio alla marsigliese Taix Aycard. Ferdinando II denunciava l’affarismo sregolato degli Inglesi: questi infatti avevano provocato una crisi di sovrapproduzione che aveva fatto crollare il prezzo dello zolfo da 208 lire a tonnellata nel 1833 ad 85 lire nel 1837, con grande danno del benessere e dell’economia in Sicilia. Si cercava di incamerare nelle casse dello Stato parte di proventi di una produzione che dal principio degli anni Trenta si era quadruplicata e le cui esportazioni in questo decennio erano andate per il 43% in Francia e per il 49% in Inghilterra. La Compagnie des soufres de Sicile di Taix ed Aycard si era impegnata a versare annualmente nelle casse del Regno delle Due Sicilie 400.000 ducati e a edificare uno stabilimento per la produzione di soda artificiale ed acido solforico nell’isola. Il governo inglese dichiarò illegittimo l’accordo franco-napoletano in base alle clausole di un altro accordo commerciale anglo-napoletano del 1816 che riservava a loro posizioni di favore. Gli Inglesi per rappresaglia tennero d’assedio con la loro flotta i porti borbonici ed il re dovette ritornare sui suoi passi. La convenzione con i francesi fu sciolta il 21 luglio 1840, pesanti indennizzi furono versati alla Taix Aycard ed ai commercianti inglesi: chi si sarebbe accontentato di millecinquecento sterline prima del blocco navale, alzò il tiro a centocinquantamila; nei fatti ne ebbero trentamila.


3. 1. BREVE STORIA DELLE ZOLFARE LERCARESI

Il bacino zolfifero del territorio lercarese fu scoperto nel 1828: non ve n’erano altri in tutta la provincia di Palermo e si rivelò tra i primi in Sicilia. È compreso nel quadrilatero ad est dell’abitato che ha per vertici Colle Croce, Colle Friddi, Colle Madore e Colle Serio. Gli operai adulti, i picconieri, e i più giovani, i carusi, lavoravano nel sottosuolo a ciclo continuo in turni di molte ore reclusi in spazi che erano male illuminati da lampade ad acetilene (un gas illuminante) e che si trovavano ad una profondità di svariate decine di metri. Quest’ambiente era umido e molto caldo nonché saturo di impurità che nuocevano ai polmoni. Il rapporto tra il salario di un caruso e di un picconiere andava da uno a due a uno a quattro, ma un picconiere guadagnava mediamente il doppio rispetto ad un normale lavoratore. Si immettevano all’interno della terra per mezzo di scalinate ricavate dal pavimento roccioso che introducevano alle gallerie da cui lo zolfo era estratto e convogliato fuori manualmente: i bambini portavano una deci­na di chili di materiale a spalla per ogni trasporto, gli adulti un mezzo quintale. La paura di cedi­menti nei passaggi sotterranei, il timore di allagamenti e di esplosioni per fughe di gas naturali ac­compagnavano i minatori in ogni momento. Per il trasporto venne in seguito adottato verso la fine del 1800 un ascensore (funzionò poi dal 1907 alimentato da energia elettrica): serviva per calare gli operai e portare su lo zolfo che veniva depositato in carrelli su binari e condotto alla lavorazione. Il materiale sulfureo veniva fuso in forni per eliminare le impurità e colato in stampi. In origine fu usato un tipo di forno chiamato calcarone succeduto alla calcarella. La calcarella è un primordiale tipo di forno costruito con un’ammucchiata di zolfo estratto alla cui base venivano aggiunti dei canali dove, dopo aver dato fuoco, scorreva lo zolfo fuso: è un sistema che rendeva per il 30% della quantità reale di minerale. Entrambi i metodi liberavano direttamente nell’aria esalazioni di anidride solforosa che danneggiavano le colture agricole e soprattutto i polmoni. Il calcarone era un forno alto sui 5 m con la base inclinata verso il canale d’uscita. L’apertura era chiusa da un impasto di gesso che si scioglieva al passaggio dello zolfo. Il calcarone rendeva intorno all’80%. Questo metodo fu presto proibito e sostituito dalla macchina Duvand, ma non servì a molto: l’anidride solforosa non era eliminata del tutto. Prima dell’unità d’Italia verrà riadottata la tecnica dei calcaroni più economica per gli imprenditori. Un sistema, meno inquinante, ma non molto adottato, di calcaroni collegati fra loro al fine di sfruttare il calore prodotto da uno a vantaggio dell’accensione del successivo, fu denominato forno Gill. Nel periodo di fine ’800 alta era la percentuale di bambini impiegati nell’estrazione, e vi fu addirittura una fase in cui vi lavorarono anche le donne. Tutti lavoravano seminudi a causa dell’alta temperatura, e non è il caso di accennare agli scadimenti di questa civiltà sotterranea, i cui abitanti apparivano alla lunga invecchiati, quasi avessero perso la loro umanità. Il regio governo nel 1874 sotto pressione si interessò della situazione delle miniere di Lercara Friddi ed il ministro dell’industria nominò una commissione d'inchiesta. Emerse il disumano sfruttamento dei minori, che venivano acquistati dalle proprie famiglie in una vera e propria tratta di schiavi anche nei paesi limitrofi per la necessità di manodopera: questi si ammalavano molto facilmente e moltissimi di loro risultavano poi inabili al servizio militare. Alla fine dell’indagine la commissione propose miglioramenti delle condizioni di lavoro: il divieto di assumere lavoratori con età inferiore ai dodici anni, particolari tutele per quelli di età compresa tra i dodici ed i ventuno anni, il divieto di assume­re donne. A dare un barlume di speranza ai lavoratori intervenne il filantropo e medico lercarese Al­fonso Giordano (1843-1915) che riuscì a curare l’anchilostomiasi, una malattia, da cui questi erano colpiti, causata da un parassita che si introduceva nell’organismo umano in seguito a pessime condizioni igienico-lavorative. Figlio di un medico, seguì la carriera del padre. Consacrò la sua esistenza alla difesa dei disagiati, soprattutto dei minatori. Studiò anche la tea-pneumoconiosi che ne colpiva l’apparato respiratorio tramite l’inalazione del pulviscolo solforoso presente nell’aria. Riscosse per la sua attività medica dai colleghi in Italia ed all’estero giudizi di encomio e riconoscenza. Nella sua vita Alfonso Giordano coltivò rapporti epistolari con il famoso scienziato francese Louis Pasteur. Lercara lo ricorda affettuosamente: dopo la sua scomparsa gli è stata intitolata la via della sua abitazione (oggi in via A. Giordano, 48) dove è stata apposta pure una lapide, ed un monumento con un suo busto (opera di Antonio Ugo) gli è stato eretto nella piccola piazza G. Garibaldi di fronte alla chiesa di sant’Antonio di Padova. Il periodo a cavallo tra l’ultimo decennio del XIX secolo e il primo del XX fu l’inizio della fine dell’eldorado zolfifero siciliano poiché una crisi profonda attraversò questo campo della produzione. La quasi esclusiva gestione delle miniere secondo criteri di interesse capitalistico, con l’utilizzo di tecnologie antiquate e con parametri di sfruttamento dei bacini senza nessuna logica se non quella del migliore guadagno, misero in difficoltà di fronte alla concorrenza dello zolfo statunitense i gabelloti che alla fine si rivelarono in maggioranza falsi imprenditori. Negli Stati Uniti nel 1867 in Louisiana e Texas al di sotto di sabbie mobili erano stati scoperti bacini, sfruttati col “metodo Frasch”: con l’azione di una trivella si faceva emergere lo zolfo fuso grazie ad acqua surriscaldata, che lo scioglieva, e ad aria compressa, che lo spingeva in superficie. Questa tecnica rendeva quasi al 100%, come l’altra della flottazione, utilizzata a metà ’900 per le comuni miniere, che consisteva nel macinare e frantumare il minerale estratto da sottoporre poi ad un passaggio meccanico in acqua dove la polvere sulfurea si separava. La crisi iniziò nel 1893, e la gravità della situazione favorì nel 1896 la nascita di un organismo con il compito di riorganizzare e razionalizzare il settore: l’Anglo Sicilian Sulphur Company, la quale se produsse utili risultati per un quindicennio, si dovette arrendere ad una condizione che era divenuta oramai irrimediabile (lo zolfo siciliano, che era partito da una posizione di quasi monopolio, negli anni venti avrebbe inciso per il 10 % circa sul complesso produttivo). Molte imprese lercaresi d’estrazione entrarono in crisi ed alcune fallirono. Nonostante tutto l'attività permase a dare lavoro, accompagnandosi, sino alla chiusura delle miniere avvenuta nel 1969, ad un miglioramento delle condizioni degli operai favorito dallo sviluppo tecnologico. Alcune sciagure minerarie tuttavia colpirono la comunità locale anche nel ’900 provocando diverse vittime. Quella del 18 giugno 1951, che provocò la morte del giovane Michele Felice, causò uno sciopero (conclusosi con l’introduzione di miglioramenti) di cui parlarono Carlo Levi, il celebre autore di “Cristo si è fermato a Eboli”, nel suo libro “Le parole sono pietre” (1955), ed il giornalista Mario Farinella ne “La zolfara accusa” (1951). La situazione locale del 1951 provocò tre interrogazioni parlamentari al governò De Gasperi a firma dei deputati comunisti Michele Sala, Salvatore La Marca, Michele D’Amico, Luigi Di Mauro, e del monarchico Giovanni Alliata di Montereale: rispose alla Camera il 30 novembre di quell’anno il sottosegretario al lavoro Dino Del Bo democristiano. La Regione Siciliana ha istituito nel 1993 con una legge il Museo ed il Parco archeologico industriale della Zolfara di Lercara Friddi. La Madonna del Carmelo fu patrona degli zolfatari lercaresi, che ne curavano il festeggiamento del 16 luglio.


3. 2. I ROSE GARDNER DI VILLA LISETTA

Il progenitore del ramo maschile dei Rose Gardner di Lercara Friddi fu James Rose (1809-1868). Era un Inglese che raggiunse a dodici anni uno zio a Messina dove iniziò a lavorare. In un primo momento si dedicò al commercio degli agrumi, ma poi fu attratto da quello più redditizio dello zolfo che esercitò in associazione con Benjamin Gardner. Quest’ultimo, di Boston, era un capitano d’imbarcazione sulla cui nave viaggiavano per l’America prodotti d’esportazione provenienti dalla Sicilia. Il figlio adottivo Edward era impegnato nel campo bancario ed in quello commerciale. Nel 1840 intraprese, con i Rose, l’attività di speculazione sul bacino zolfifero lercarese, che rimarrà per lui la più importante. Villa Lisetta, residenza lercarese di James Rose, fu edificata secondo lo stile vittoriano intorno a quegli anni su un’area allora in periferia vendutagli per lo scopo: il nome fu scelto in onore della moglie (Eloisa). I legami finanziari tra i Rose ed i Gardner divennero parentela quando due fratelli Rose, William (1840-1888) e John Forester (1853-1922), sposarono due figlie di Edward Gardner, rispettivamente Martha ed Elizabeth. La Rose Gardner & C. si chiuse con il suo fallimento nel 1906: affrontarono dispute legali, anche con la locale famiglia Pucci, di cui erano soci, perdendo la causa. Villa Lisetta era però proprietà della moglie di John Forester Rose, Elizabeth Gardner, e non poté essere sequestrata. In quell’anno lasciarono il paese. Villa Lisetta fu sede della Caserma dei Carabinieri dal 1908 al 1955. John Forester Rose il 23 aprile 1908 vendette i locali della villa al Comune. Negli anni ’50 fu sede della Scuola Media. Dalla fine degli anni ’50 rimase abbandonata dopo un tentativo di impiantarvi l’ospedale per il quale si costruì un corpo aggiuntivo di stanze. L’entrata che dà sul prospetto fu aggiunta tra le due originarie dopo il 1906, probabilmente nel 1908. All’inizio degli anni ’90 è stata restaurata la casetta del custode, che è stata sede della condotta agraria, e recentemente l’edificio originario di residenza.


3. 3. IL VILLAGGIO PER GLI ZOLFATARI

Uno speciale quartiere residenziale per i minatori lercaresi fu voluto ai tempi del fascismo: edificato negli anni ’40 venne poi terminato, a causa della caduta del regime, nel ’45 dalla ditta Antonio Zanca di Palermo. Le abitazioni furono consegnate ai naturali destinatari solamente nel ’50 perché per via del banditismo l’uso di quegli alloggi fu temporaneamente concesso ai carabinieri del nucleo regionale antibanditismo. Il primo insieme di costruzioni nacque a ridosso di un tratto della strada provinciale che porta allo scalo ferroviario di Lercara Bassa (per la precisione poco dopo l’abbeveratoio di fronte al consorzio agrario). Successivamente, dieci / quindici anni dopo il 1945, fu ampliato grazie all’interessamento dell’on. Gioacchino Germanà in qualità di assessore regionale al lavoro. In passato in questo quartiere si trovavano una lavanderia, un forno ed una sezione distaccata della scuola elementare. Al piano superiore dell’edificio scolastico era sito l’appartamento del custode. Il complesso residenziale è gestito dallo IACP di Palermo, che nel 2005 ha restaurato la cappella dell’ex-villaggio dedicata a sant’Antonio da Padova e fatta costruire nel 1950 da Antonio Zanca.


 4. VIDEO

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giovedì 23 dicembre 2010

IL DUOMO DI LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO


indice
1. CENNI STORICI
2. GLI ALTARI
3. IL BATTISTERO
4. LA CRIPTA
5. LA LAPIDE ALL'INGRESSO DELL'ORATORIO
6. VIDEO


1. CENNI STORICI

Sotto la baronia di Eleonora de Avila e Gravina (1648 – 1666) a Lercara venne istituita nel 1664 la parrocchia da Matteo Scammacca, consacrata a Maria Santissima della Neve. Questo Scammacca era figlio di Raffaella Lercaro de Amezcua, la di lei nonna (madre di Francesca Lercaro) era Elisabetta Ventimiglia (moglie di Leonello Lercaro, l’ideatore della fondazione del paese di Lercara): i Ventimiglia di Sicilia risiedettero originariamente a Geraci di cui furono signori e dove la Matrice è intitolata alla Madonna della Neve: non è da scartare questo possibile canale di ascendenza nella spiegazione dell’origine dell’intitolazione. Giuseppe Blasco Scammacca (di Matteo, n. 1653 – m. 1716) fu il primo principe di Lercara Friddi (la concessione del titolo è del 1708): la sua signoria durò dal 1668 al 1716. Durante quest’arco di tempo fu edificata la nuova definitiva Chiesa Madre (lavori di costruzione nel periodo 1702-21). La chiesa del Rosario era stata in precedenza la sede della Matrice, con un periodo di intermezzo in san Matteo. La planimetria del Duomo ricalca quella della chiesa palermitana dedicata a san Matteo (a croce latina e a tre navate). Dal passato si tramanda la notizia che l’edificio dovesse essere in profondità più lungo di un terzo, secondo un progetto di partenza; ma poi per questioni di opportunità varie lo spazio si contrasse a quello attuale. Il soffitto del Duomo ha avuto bisogno di restauri nel 1883, i quali furono sovvenzionati dall’amministrazione comunale. Nel 1910 sotto l’arcipretura di Monsignor Giuseppe Marino è stata ricostruita la facciata. Rispetto al progetto del 1906, elaborato dall’ingegner Alessandro Lazzarini, il prodotto reale ha presentato delle varianti nelle statue: erano previste la Madonna in alto e due sante ai lati, alla fine furono collocati il Cristo Redentore alla sommità, la Madonna a sinistra e san Giuseppe a destra. All’interno della chiesa, ai lati dell’ingresso principale, sul muro interno del prospetto, nella parte bassa, si trovano – una per fianco – due iscrizioni ottocentesche: una in memoria di Giuseppe Graziadei, ingegnere del Trentino «spirato in Lercara» nel 1865, ed un’altra del Belga Feliz Coupez, «tesoriere alle ferrovie calabro-siciliane …morto a Lercara (traduzione dal francese)» nel 1864. Una terza lapide è invece posta – sempre sull’interno della facciata – sopra l’entrata centrale: «All’Arc. Giuseppe Marino / che di restauri interni e di / artistico prospetto / con l’aiuto di anime generose / decorava questa casa di Dio / e con essa dava lustro al paese / il giorno dell’Immacolata del 1910 / questo ricordo di riconoscente affetto / i fedeli». Nel 1995 il simulacro del Cristo Redentore posto sull’apice della facciata, usurato e pericolante dal 1991 quando un fulmine lo colpì, subì la rimozione. Durante l’Anno Santo del 2000 nel giorno della festività dell’Ascensione (4 giugno) un nuovo Cristo, acquistato in seguito ad una raccolta di fondi proposta allo scopo dal Circolo culturale “Alfonso Giordano” di Lercara Friddi, è stato disvelato – dopo essere stato in precedenza ricollocato – alla fine della liturgia eucaristica celebrata nella piazza di fronte al Duomo. Per quella attesa circostanza l’illustre concittadino Maestro Pietro Lo Forte da Mendoza (n. 1920 – m. 2004) compose un inno (“Cristo Benedicente”, musicato da Bob Martin e Lito Sposato) da eseguirsi durante la cerimonia. L’orologio del prospetto, nel campanile destro, fu installato a fine ’700; fu rimosso e cambiato una prima volta nel 1870. Poi all’inizio degli anni ’80, questo vecchio orologio, che aveva bisogno di manutenzione quotidiana, fu sostituito con uno elettrico. Il sagrato della chiesa è lateralmente delimitato da due ringhiere di pregevole fattura e da due coppie di lampioncini per l’illuminazione, alimentati dal 1915 da energia elettrica: il tutto è stato restaurato nella metà degli anni ’90 e nel 2005. Nel 1964 per una ristrutturazione interna è stato smantellato il pavimento. Le originarie pitture sul soffitto del coro risalgono al 1936, frutto del lavoro di Fortunato Lo Cascio e Salvatore Gattuso. Un’effigie, a destra di fronte tra gli ultimi due altari in fondo, ricorda Antonino Orlando (n. 1784 – m. 1865), funzionario di un certo livello dell’amministrazione statale, lì sepolto. Sul muro posto tra l’altare maggiore e quello della Madonna della Neve c’è un medaglione con una croce recante delle scritte, ed un invito: «OSCULANTIBUS CRUCEM HANC IN ECCLESIA / POSITAM ET RECITANTIBUS PATER / INDULGENTIA 200 DIERUM SEMEL IN DIE»; traduzione: «A chi bacia questa croce posta nel Duomo e recita un Pater una volta al giorno è concessa un’indulgenza di duecento giorni». Diversi sono stati negli anni gli interventi particolareggiati di abbellimento, recupero e restauro.


2. GLI ALTARI

2.1. Altare di san Francesco di Paola (statua)

Si racconta che lo scultore della statua di san Francesco di Paola sia stato un costruttore di bare, che usò come materia, sul finire del XIX secolo, un fusto di legno proveniente da un pero improduttivo. L’autore maturò la volontà di annientare il suo lavoro perché riteneva quell’improduttività un retaggio negativo. Ciò nonostante si riuscì a salvare il simulacro ed a trasportarlo nel Duomo. Questa storia diede vita ad una filastrocca: «Piru ca nascisti na l’ortu eccillenti. Pira, cu u sapi quantu n’avisti a fari. T’adoro comu Cristu onnipotenti. Frutti un facisti e miracula vo’ fari?». Un altro aneddoto narra che, nel periodo della Grande guerra, dei soldati austriaci, tra quelli concentrati, dopo la cattura, nelle stanze della Matrice, si siano indirizzati al simulacro senza riguardo porgendogli da mangiare. Il santo poi di notte avrebbe bastonato, con un bastone originario che non c’è più, quegli irriverenti, che quindi vollero essere tradotti in un altro posto.

2.2. Altare di san Biagio (statua)

Questo altare (in marmo dalla seconda parte del XIX secolo) era in origine dedicato al Sacro Cuore, come si può evincere anche dal bassorilievo frontalmente alla base. E tale rimase fino agli anni ’20, periodo in cui la statua di san Biagio, proveniente dall’opposto altare della Santissima Trinità, ne prese il posto (il Sacro Cuore finiva all’altare maggiore). Alla parete sinistra un bassorilievo ed una lapide richiamano l’attenzione al sepolcro del notaio Luigi Ferrara che ne promosse un restauro: «D[OMINUS] ALOIISIUS FERRARA / D[EO] O[PTIMO] M[AXIMO] / NOTA FIDES REGIMEN RÆCTUM ET QUÆ MUNIA GESSIT / E TUMULO SURGUNT NEC SUA FATA GEMUNT / HIS SUPER, ALMA MINERVA NITET RESONANTQUE CAMENÆ / VIVIT ADHUC VIRTUS CONTUMULATA IACENS / OBIIT 24 MAR. 1811»; traduzione: «Don Luigi Ferrara. A Dio ottimo massimo. La nota fede, la condotta retta e ciò che di servizievole produsse, si levano dal sepolcro, e non piangono la loro morte; per questi in cielo risplende la santa scienza e i carmi risuonano; perdura ancora la virtù giacendo sepolta. Morì il 24 marzo 1881».

2.3. Altare della Madonna Ausiliatrice (statua)

In questa cappella si trovano due nicchie laterali: in una a destra è collocata una statua di san Francesco; nell’altra a sinistra, per volontà dei figli, il busto del Lercarese Ireneo Pucci (n. 1814 – m. 1874), imprenditore zolfifero, qui tumulato, cui si deve la cappella così com’è dal 1864.

2.4. Altare della Madonna del Rosario con san Domenico e santa Caterina (statue)

Questo altare è del 1764. Nell’Ottocento la famiglia Gonzales che aveva eletto a patrona dei minatori alle proprie dipendenze la Madonna del Rosario ne ebbe cura assieme al festeggiamento della ricorrenza. Vi si trova un’iscrizione in latino: «HOC ALTARE / IN HONOREM / DEIPARAE VIRGINIS A ROSARIO / QUOTIDIE ET IN PERPETUUM / EST PRIVILEGIATUM / HOC SPECIALI DONO DITARE VOLUIT / PIUS P.P. X/ DIE XII IANUARII / MDCCCCV»; traduzione: «Questo altare consacrato alla Madonna del Rosario quotidianamente in perpetuo si privilegia. Lo volle rendere più ricco per mezzo di una particolare concessione il Papa Pio X. 12 gennaio 1905».

2.5. Altare con tela della Pentecoste

Un mio studio ha fatto emergere il nome del probabile artista cui attribuisco l’opera che era di autore ignoto: Giuseppe Carta (1809-1889). Il dipinto è presumibilmente della prima metà dell’Ottocento.

2.6. Altare della Madonna della Neve (statua)

Alla Madonna della Neve è intitolata la Matrice. L’altare di marmo è risalente al 1750-65, la statua alla metà dell’Ottocento. Alle pareti della cappella si trovano due busti incavati (con rispettivi sepolcri ed iscrizioni) riproducenti figure dell’Ottocento: il sacerdote Giuseppe Fiorentino (n. 1819 – m. 1881), «che per sedici mesi diresse questa chiesa in qualità di economo e per molti anni in qualità di vicario foraneo (traduzione dal latino)», ed il cognato notaio Gioacchino Caltabellotta (n. 1818 – m. 1877) «a cui cooperazione questo altare fu messo». Dal passato si racconta che le due pareti laterali siano frutto di due diversi artigiani, in quanto durante l’opera, il primo morì a metà del lavoro. L’arcivescovo di Palermo, cardinale Ruffini, il 5 agosto 1954, in una pubblica cerimonia, incoronò la statua.

2.7. Altare maggiore

L’altare maggiore fu eretto nel 1765. Qui dagli inizi del ’700 si era trovato un organo a canne costruito da artigiani di Lipsia operanti allora a Catania, che fu poi rimosso sotto l’arcipretura dell’arciprete Don Giuseppe Germanà (1952-58). In principio in quest’altare, davanti all’organo, fu posta una tela della Madre Santissima del Lume. Negli anni ’20 la statua del Sacro Cuore la rimpiazzò (la tela finì in sacrestia). Ma nel 1956 una nuova variazione invertì i simulacri dell’altare maggiore e di quello immediatamente alla sua destra della Madonna della Neve. Pochi anni dopo si ritornò allo status quo. Dal 1988 al 2003 vi ha trovato sede la tela de “La Madonna con l’ostensorio”. Nelle due pareti laterali del coro fino agli anni Trenta erano posti in alto due quadri in cornici ellittiche raffiguranti uno san Pietro e l’altro san Paolo: successivamente al restauro del coro voluto dall’arciprete Giuseppe Favarò e condotto dai fratelli Antonio e Fortunato Lo Cascio e da Michele Gattuso, furono rimossi. I sedili del coro sono stati costruiti dai fratelli Cottone dietro ordinazione dell’arciprete Giuseppe Marino all’inizio degli anni ’10. Il 10 dicembre 2006, essendo arciprete Don Mario Cassata, è stato inaugurato un nuovo monumentale organo a canne.

2.8. Altare dell’Immacolata (tela)

La cappella, realizzata nel 1850-60, è il risultato di un desiderio del sacerdote Francesco Orlando, cappella da dedicare alla patrona del paese, come rammenta un’iscrizione in latino presente nella stessa: «DEIPARÆ / SINE LABE CON / CEPTÆ CIVIUM AC / PATRONÆ PLENIS/ VOTIS ELECTÆ DIE / ZMA XBRIS J765 / SICILIÆ UTI PRO REGNO / PATET EX ACTU PUBLICO»; traduzione: «Alla Madonna Immacolata proclamata con voto unanime patrona della comunità e della Sicilia il 20 dicembre 1765 come davanti al regno è noto da atto pubblico». Il quadro di Giuseppe Burgio, del 1823, ed una scritta sul pavimento (“GIUBILEO DELL’IMMACOLATA 1904”) vi furono aggiunti nel 1904 dopo la ripavimentazione voluta dall’arciprete Monsignor Giuseppe Marino: il quadro fu anche arricchito di monili d’argento. Un’altra lapide collocata al di sotto della precedente recita: «HOC ALTARE / QUOTIDIE ET IN PERPETUUM / EST PRIVILEGIATUM / QUOLIBET PRO SACERDOTE / SECULARI REGULARIQUE / HOSTIAM IN EO FIDELIBUS / DEFUNCTIS / ETIAM IMMOLANTE / SIC AD UBERIOREM SS. / VIRGINIS GLORIAM/A GREGORIO XVI P.M. / ROMÆ SANCITUM / DIE 4 MAII J83J»; traduzione: «Questo altare quotidianamente in perpetuo si privilegia davanti a qualunque sacerdote secolare e regolare; così per la maggior gloria della Vergine Santissima, anche per mezzo di chi celebra la messa in suffragio dei fedeli defunti. Sancito a Roma da Papa Gregorio XVI il 4 maggio 1831».

2.9. Altare del Crocifisso (statua)

La cappella è stata voluta dal principe Giuseppe Blasco Scammacca. Il simulacro è di legno e l’altare con marmo rosso è del 1750-65.

2.10. Altare di santa Lucia (statua)

Questa statua fu donata nel 1888 da Gioacchino Orlando, sostituì un quadro della santa. Il simulacro, in passato (fino all’inizio degli anni ’70), era condotto per le vie nella processione che si svolgeva il 13 dicembre a Lercara.

2.11. Altare della Madonna del Carmelo (statua)

Caterina Francica, moglie del principe Giuseppe Blasco Scammacca, era devota della Madonna del Carmelo. Sognava una statua completamente d’oro per il suo altare nell’edificanda Matrice (con marmo castronovese dopo ristrutturazioni del periodo 1750-65). Per l’inattuabilità dell’intento, d’oro fu solo possibile ricoprire il simulacro ligneo della Madonna. La coppia sposata dal 1680, ebbe nel 1702 «gratia Dei et intercessioneque B. Marie Virginis de Monte Carmelo» (libro dei battezzati 1694-1712, Archivio Chiesa Madre di Lercara Friddi) un bambino «cui imposita fuere nomina, Mattheus, […], Carmelus, […]» (idem): venuto alla luce mercoledì uno marzo (poco prima delle 17,00), il mercoledì successivo «obiit et sepoltus fuit in hac Maiori Ecclesia» (libro dei defunti 1688-1702, idem). La Madonna del Carmelo è stata anche patrona degli zolfatai lercaresi. Nel 2005 sul lato destro dell’altare è stata ricavata una nicchia per la statua di san Pio da Pietrelcina.

2.12. Altare della Santissima Trinità (tela)

Il quadro, come l’altro de “La Madonna con l’ostensorio”, è stato da me attribuito allo Zoppo di Gangi Giuseppe Salerno. Entrambi provengono dalla scomparsa Chiesa della Madonna del Rosario. L’altare marmoreo risale al 1760.


3. IL BATTISTERO

Il fonte battesimale (con stucchi di un certo Giosuè Palmeri che aveva lavorato anche al prospetto) venne restaurato nel 1923; il dipinto del Lercarese Antonino Lo Cascio, realizzato in quell’anno, vi fu aggiunto per abbellimento: ricalca un “Battesimo di Gesù” opera di Carlo Maratta (n. 1625 – m. 1713, pittore bolognese) esistente in Vaticano. Il Lo Cascio dipinse pure nel 1902 la tela della “Madonna Lauretana”, donato alla Chiesa Madre da Francesco Scaglione.


4. LA CRIPTA

Nella cripta vi furono sepolti i defunti sin quando Lercara non ebbe un cimitero nel 1896. L’arciprete Don Mario Cassata nel 1999 e nel 2002 ne ha fatto svuotare gli ambienti, stracolmi di resti vari, rendendoli visitabili. Questa, cui ci si introduce per un ingresso sull’ala destra del pavimento di fronte all’altare della Madonna del Rosario, ha i suoi vani sotto le navate; quello più grande nella zona sottostante i pressi dell’organo: questo era lo spazio di sepoltura dei sacerdoti, alla sua sinistra erano concentrate le salme degli appartenuti alla Confraternita del Santissimo Sacramento, a destra vi era l’ossario; a tutti gli altri defunti erano riservati gli spazi rimanenti. Secondo tradizioni orali del passato, la cripta, ancora accessibile nell’Ottocento, era luogo di celebrazioni liturgiche. Dopo il suo svuotamento in occasione dei festeggiamenti natalizi vi è stata più volte allestita una mostra di presepi.


5. LA LAPIDE ALL'INGRESSO DELL'ORATORIO

Il testo in latino come compare sulla lapide

ANNO A MVNDO REPARATO MDCCXL DIE X AVGVSTI III INDITIONIS / IVSSV DOMINÆ PRINCIPIS RAPHÆLA BVGLIO ET SCAMMACCA PRIN / CEPS D. MARIVS FILIVS ET HERES MARMOREAM HANC APPOSVIT / TABELLAM AD PERPETVAM REI MEMORIAM SVFFRAGIA PRO / MATRIS ANIMA FACIENDA INSCRIBI CVRAVIT / IN MAIORI ECCLESIA / MISSA DE PASSIONE DOMINI SINGVLIS FERIIS VI TOTIVS AN / NI CVM CANTO IMPROPERIORVM / ANNIVERSARIV PERPETVVM MORTIS EIVS DIE XIX MAI CVM / OFFICIO DEFVNCTORVM MISSA SOCIAT CANTV ET PRAECIBVS AD TVMVLVM / QVATVOR BVLLÆ DEFVNCTORVM APPONENDÆ SINGVLIS ANNI / IN ECCLESIA DIVI JOSEPHI / MISSA SINGVLIS DOMINICIS AC DIEBVS FESTIVIS TOTIVS ANNI / MISSA SINGVLIS FERIIS IV CVM LAVDIBVS DIVI JOSEPHI TOTIVS ANNI / LEGATVM ANNVALE VNC. [abbreviazione di VNCIARVM, n.d.r] QVINQVE PROISPIVS ECCLESIÆ BENEFICIO / IN ÆDE DIVI GREGORII THAVMATVRGI / MISSA SINGVLIS DOMINICIS AC DIEBVS FESTIVIS TOTIVS ANNI


Traduzione

Nell’anno del Signore 1740 (letteralmente “nell’anno 1740 da che il mondo fu rigenerato”), il 10 agosto, III indizione, / per ordine della principessa Donna Raffaella Buglio Scammacca / il figlio ed erede principe Don Mario fece apporre questa lapide / a perpetua memoria e dispose che fossero scritti questi atti di suffragio / in favore dell’anima della madre: / nella Chiesa Madre / una messa ogni sabato / accompagnata da canti penitenziali; / la messa di ogni anniversario della sua morte, il 19 maggio, / con l’ufficio dei defunti va accompagnata (lett. “associa per mezzo”) con il canto e le preghiere al sepolcro; / quattro bolle dei defunti devono essere apposte durante ciascun periodo dell’anno; / nella Chiesa di san Giuseppe / una messa la domenica ed i giorni festivi di tutto l’anno; / una messa ogni giovedì con le lodi di san Giuseppe; / (il principe dispose) da persona rispettosa una rendita annua di cinque onze in favore della chiesa; / nella Chiesa di san Gregorio Taumaturgo / una messa la domenica ed i giorni festivi di tutto l’anno.


6. VIDEO

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mercoledì 22 dicembre 2010

L’ACQUEDOTTO OTTOCENTESCO DI LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO

Alla fine dell’Ottocento Lercara era un grande paese con 13.000 abitanti, e ciò era dovuto soprattutto alla ricchezza prodotta dal bacino zolfifero. Considerata la necessità del consumo d’acqua in un centro così popolato, l’amministrazione comunale diretta dai Sartorio Scarlata (in carica dal febbraio del 1878) decise, al fine di offrire una forma di risoluzione al problema, di dar corpo ad un progetto d’impianto di pubbliche fontanelle all’interno dell’abitato. Il consiglio comunale nel novembre del 1877 aveva deliberato l’attuazione di un progetto elaborato dall’ingegner Vincenzo Distefano Isaia. Un altro progetto, per condurre l’acqua a Lercara da Filaga, era stato abbandonato perché troppo costoso (L 500.000 di previsione di spesa). In seguito al nulla osta del Genio civile il Comune si adoperò per reperire i fondi, e chiese un prestito alla Cassa di soccorso per le province siciliane: ma il presidente dell’istituto – Emanuele Notarbartolo – respinse la richiesta perché una direttiva governativa stabiliva la soglia massima del prestito in L 30.000, con predilezione per la realizzazione di strade urbane. Quindi la richiesta di un mutuo fu avanzata presso la Cassa di risparmio Vittorio Emanuele, che lo concesse nell’aprile del 1878: L 100.000 al 6%, versate in un libretto col 4% d’interesse. Dopo un decreto prefettizio in merito alla pubblica utilità, l’opera andò in appalto all’impresa BORGETTI di Torino. Alla fine del 1878 una rata del mutuo di L 12.500 veniva pagata dal Comune.La costruzione dell’acquedotto iniziò nella primavera del 1879: diresse i lavori l’ingegner Distefano Isaia. L’impianto di approvvigionamento idrico compiva in origine un tragitto di conduzione delle acque allacciandosi a tre sorgenti: Depupo, San Luca, San Francesco (tutte vicine alla strada provinciale Lercara-Prizzi. Successivamente si allungò di un tratto che partiva da una vasca di deposito nei pressi del Laghetto della Cannella in località Carcaci e proseguiva con quello testé detto. La nuova rete idrica comprendeva (dopo questo successivo allungamento) un sistema di incanalamento delle acque che era lungo quasi 11 km. Lungo il canale di condotta, che aveva una potenza di erogazione di 5 l al secondo, esistevano vasche di deposito e pozzi di raccolta. Le tubature erano, a seconda dei tratti, di ghisa (diametro interno 9,3 cm) e d’argilla (14 cm). Nelle vicinanze di Lercara, l’acqua, passando da una valvola atmosferica attraverso un grande sifone riempiva un grande serbatoio denominato comunemente “vasca”. Posta per ragioni tecniche – per far scendere l’acqua – nel punto cacuminale dell’abitato (su Colle Croce), quello che ne resta si trova salendo in fondo alla via Pietro Diliberto dopo via Alfonso Giordano). È stata un’enorme cisterna da cui il paese attinse la preziosa bevanda a partire dal 1880: venne inaugurata nel giorno in cui si tiene la processione in onore alla Madonna di Costantinopoli (20 agosto). Il poeta dialettale lercarese Giovanni Campisi scrisse di quell’evento una poesia di venticinque quartine in versi liberi con rime ABCB. La “vasca” è chiamata in termini tecnici castello magistrale: questo era collocato ad un’altezza di 700 m s.l.m. Da quella zona scende il paese di Lercara lungo un declivio che nel segmento “vasca”-fontana sant’Anna ha un orientamento est-ovest: questi due punti dell’acquedotto urbano erano il più alto – come visto – ed il più basso (la fontana sant’Anna era posta a 652 m s.l.m). In questa rete interna l’acqua aveva una pressione di 5 atmosfere, e la quantità media pro capite quotidiana era di 23 l: ad avviso degli igienisti, questa quantità, per un centro come Lercara, doveva essere di 80 l. L’asse principale di conduzione passava lungo le seguenti vie: Pietro Diliberto, Alfonso Giordano, Armando Diaz (costituenti la vecchia via delle Zolfare), dell’Orologio, sant’Alfonso. Inizialmente le fontane furono nove:
La planimetria della rete idrica.
1. FONTANA SANT’ANNA, in piazza Umberto I;
2. FONTANA PERGOLA, in via della Pergola (oggi Giuseppe Verdi);
3. FONTANA ROSARIO, in piazza Rosario (oggi via Ireneo Pucci);
4. FONTANA SALERNO, in via de Amezcua (oggi Francesco Salerno);
5. FONTANA COMMERCIO, in via Purgatorio (proseguendo da via del Commercio oggi via Giuseppe Scarlata);
6. FONTANA FRIDDI, in via Friddi (oggi via Ludovico Germanà; l’attuale via Friddi si chiamava corso Duca Amedeo);
7. FONTANA GENCHI, in via Cimò (oggi via Silvio Pellico);
8. FONTANA MARCELLO, in via Marcello (oggi via Francesco Petrarca);
9. FONTANA POZZILLO, in via Pozzillo (oggi Emanuele Filiberto).
Successivamente, date le esigenze, se ne aggiunsero altre cinque:
10. FONTANA SERRA CALANDRA, a Porta Girgenti (all’uscita del paese che metteva sulla strada provinciale per Agrigento);
11. FONTANA GIGANTI, al Cantone Giganti (in via della Fortuna);
12. FONTANA SAN GIUSEPPE, in piazza san Giuseppe;
13. FONTANA COSTANTINOPOLI, in via Costantinopoli;
14. FONTANA SANT’ALFONSO, in fondo a via sant’Alfonso.
Le originarie nove furono comprate dall’impresa parigina KERMAM, ed erogavano l’acqua per mezzo di un bottone a pressione. Le successive furono più modeste: la struttura era costituita da conci provenienti da san Luca.


Il testo dell’articolo del Giornale di Sicilia (24 agosto 1880) sull’inaugurazione dell’acquedotto.

«Le feste per la condotta delle acque a Lercara riuscirono animatissime e gover­nate dall'ordine più perfetto. Non possia­mo darne i particolari perché, con nostro rammarico, non vi potemmo assistere quan­tunque quell'egregio Sindaco ci abbia cor­tesamente invitato, del che gli rendiamo pubbliche grazie. Intervennero a quelle fe­ste il Prefetto della Provincia, il Sottopre­fetto di Termini ed altre autorità, non che numerosi invitati, fra i quali alcuni rap­presentanti della stampa. Vi furono fuochi di artifizio, corse di berberi, beneficiata in favore dei poveri. Gli invitati poi convennero in casa del signor Marcello Furitano, dove fu loro servito un lautissimo banchetto e si scambiarono degli brindisi. Disse prima belle parole il Sindaco, cui rispose il Prefetto; brindaron poscia il Serra, Direttore dell'Amico del popolo, ed altri distinti cittadini di Palermo e di Ler­cara. «Il brio, la cordialità, la tempe­ranza (scrive la Nuova Gazzetta) regnarono sovrani al banchetto, e quando si pas­sò nelle stanze a fumare tutti eran contenti di quell'ora tanto celeremente, pas­sata.»
Noi ci congratuliamo con quell'egregio Sindaco signor Sgarlata di aver recato a compimento un'opera tanto utile pel suo comune, mercé quella perseveranza e quel buon uso del pubblico denaro. La condotta delle acque è un avvenimento per Lercara, e ricorderà sempre con affetto il nome di coloro che seppero dotare il paese di sì grande benefizio.»


Una delle vecchie fontanelle.


Il prospetto del castello magistrale (“la vasca”).

I testi delle lapidi (come compaiono da sinistra a destra) sulla facciata della “vasca”.

ALL’INTEMERATO CITTADINO / ASSESSORE GIULIO SARTORIO / PER LE CUI INCESSANTI CURE / LERCARA SI HA LA CONDOTTA DI QUESTE ACQUE / SGORGATE ALLE ORE 10 E MEZZO POMERIDIANE / DEL 19 LUGLIO 1880 / IL CASINO DEI CIVILI / A PERPETUA MEMORIA QUESTO MARMO POSE

A 30 DICEMBRE 1877 / IL CONSIGLIO COMUNALE DI LERCARA / SINDACO AVV. GIULIO SARTORIO / DELIBERAVA / LA CONDOTTA DELLE ACQUE POTABILI / DI CARCACI, DEPUPO, S. FRANCESCO E SANTO LUCA / IN PAESE / IL PREFETTO CONTE BARDESSONO / LA INAUGURAVA / A 20 AGOSTO 1880

AI BENEMERITI SIGNORI / SINDACO GIUSEPPE SCARLATA / ASSESSORE GIULIO SARTORIO / E A TUTTA LA COMUNALE RAPPRESENTANZA / CHE CON AMMIREVOLE PATRIOTTISMO / LERCARA DISSETARONO / CON QUESTE ACQUE LIMPIDISSIME / CONDOTTE IL XVIV LUGLIO MDCCCLXXX / AD IMPERITURA MEMORIA / E PERPETUA RICONOSCENZA / IL CASINO CONCORDIA



martedì 21 dicembre 2010

LO SCONTRO CHIESA-MASSONERIA A LERCARA FRIDDI

di DANILO CARUSO

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Lercara ha assistito ad un singolare confronto sul piano della comunicazione estetica tra Chiesa e Massoneria.
Questa è un’associazione segreta che professa valori improntati ad uno schietta laicità: la credenza in un Dio non confessionale (deismo, che può sconfinare nel panteismo); la solidarietà fra gli appartenenti; una società liberata tramite il razionalismo dai suoi problemi (tirannia, dogmatismo, etc.).
È stata condannata dalla Chiesa cattolica, e dichiarata illegale dal fascismo.
Essa attribuisce grande importanza all’architettura, da cui mutua quasi tutto il suo simbolismo, ed alla cosiddetta geometria sacra (depositaria di un sapere segreto che si dice tramandato dall’antichità).
Esiste a Lercara Friddi un edificio scolastico (Plesso Sartorio), edificato verso la fine dell’Ottocento per opera dell’allora locale amministrazione guidata dalla famiglia Sartorio Scarlata, il cui prospetto riproduce diversi elementi della simbologia massonica: questi erano rappresentazione estetica dei valori in cui credeva quella parte liberale della classe politica.
Nell’elemento architettonico posto in alto sulla facciata si possono osservare: quello che resta di un’aquila sopra allo spazio semicircolare, e sempre al suo esterno sui fianchi in basso delle cornucopie; al suo interno: l’occhio nel triangolo, una tavolozza, due bandiere con in mezzo un mappamondo, e sotto tra elementi floreali: una squadra, e da sinistra un libro e quelli che sembrano un candeliere capovolto a tre braccia e un martello, poi una pergamena.
Riquadri presenti sul prospetto, poco sopra la linea che separa il pianterreno dal primo piano, riproducono nell’ordine: compasso e squadra, Cartesio, libro e mappamondo, Dante, Michelangelo, la cetra, Apollo, la tavolozza.
Nella facciata corrispondente al pianterreno si trovano altresì delle lapidi commemorative, una dei garibaldini lercaresi, l’altra di un caduto nella prima guerra d’Abissinia (apposte nel 1903).



In queste due immagini ritroviamo diversi simboli massonici riprodotti sul prospetto del Plesso Sartorio:
·  l’elemento semicircolare, al cui interno nella facciata è rappresentata la piramide (un triangolo, che è una faccia) nel nostro caso con l’aggiunta dell’occhio (nel complesso altro noto simbolo massonico);
·  il mappamondo;
·  il compasso;
·  la squadra;
·  la colonna a capitello ionico e le scanalature di quella a capitello dorico.
Il Plesso Sartorio ha tutti quegli attributi per dare l’impressione, alla prima vista di un occhio esperto, di un tempio massonico.


Attraverso la tradizione platonica (del “Timeo”) giunse ai massoni l’idea di Dio come αρχή-τέκτων (“artefice originario”, il quale – δημιουργός – plasma la materia sulla base di modelli matematici).
Platone nella “Repubblica” utilizza il nome di Apollo per indicare l’Uno (il principio determinante ed ordinante, contrapposto alla diade, il determinato): «Apollo (Ά-πολλον, l’Uno) che divina superiorità!».
Dio per i massoni è il Grande Architetto dell’universo.
Nel “De architectura” Vitruvio (vissuto nel I sec. a. C.) indica il piano di formazione e gli studi che occorrono all’architetto per poter esercitare la sua professione:
·  la conoscenza della letteratura, della storia, della filosofia, della musica, della medicina, delle leggi, dell’astronomia;
·  la conoscenza della geometria (che comprende anche l’uso degli strumenti da disegno) e la perizia nel disegnare;
·  la conoscenza dell’aritmetica, dell’ottica e lo studio della luce.
Tutto questo era necessario per Vitruvio al fine di fare dell’architettura una scienza non distaccata da alcun aspetto in cui poteva essere coinvolta nella realtà: Vitruvio distingueva pure l’architettura dal lavoro pratico di costruzione.
Quanto esposto in quest’ultima parte fa comprendere il significato di quella serie di otto riquadri: rappresentano le materie vitruviane; in più Apollo è una rievocazione del Grande architetto dell’universo (come figura platonica di causa ordinatrice).
Se nella concezione massonica Dio è un grande architetto, allora l’architettura è la via simbolica privilegiata per conoscere l’universo (e quindi è necessario adeguarsi ai precetti di Vitruvio).
Inoltre la facciata del Plesso Sartorio ci appare quella di un tempio massonico: la striscia di icone che da compasso e squadra va sino alla tavolozza mostra il percorso di studio che eleva al vero sapere, atto simboleggiato da quell’aquila sulla sommità del prospetto che guarda ad oriente verso il sole nascente (allegoria della suprema conoscenza).
Questo messaggio figurato non poté lasciare indifferente il clero locale: la Chiesa a sua volta aveva sempre usato la dimensione estetica in funzione pedagogica.
Infatti per rispondere a questa strategia semiotica si formò nel 1905 un comitato per il rifacimento del prospetto del Duomo e fu presieduto dall’Arciprete Giuseppe Marino. Con un’ampia raccolta di fondi si riuscì a compiere i lavori di miglioramento, che finirono nel 1910. La Chiesa Madre mutò il suo aspetto esterno: da disadorna di simboli che era, cambiò radicalmente. Ciò si spiega unicamente col fatto che quel nuovo impianto architettonico volesse rilanciare l’annuncio del Vangelo agli occhi ed alle menti di chi lo guardasse.
Tutta l’immagine esteriore modificata del Duomo voleva comunicare che il vero tempio della fede era quello, che non ce n’erano altri. Basti pensare al semplice VENITE ADOREMUS scritto sopra l’ingresso centrale, in alto a cui c’è la colomba simbolo dello Spirito Santo. Dal punto di vista delle soluzioni architettoniche adottate sono da notare le pseudo-colonne ioniche del pianterreno analoghe a quelle del primo piano del Plesso Sartorio, che rimarcano eloquentemente questo confronto fra templi, quello cristiano e quello massonico.
Il restauro fu inaugurato il giorno dell’Immacolata (patrona del paese) del 1910, il progetto dell’ingegner Alessandro Lazzarini, custodito nella sacrestia della Matrice, era stato elaborato nel 1906.
Dalla sua osservazione si nota che il restauro effettivo subì delle varianti: le statue dovevano essere quelle della Vergine con Gesù Bambino sulla sommità, di santa Rosalia a sinistra e santa Lucia a destra vicino alle torri laterali, sostituite poi rispettivamente dai simulacri del Cristo Redentore, della Madonna con il Figlio e di san Giuseppe; la scritta IN HONOREM SANCTÆ MARIÆ AD NIVES è stata abbreviata sopprimendo IN HONOREM a vantaggio di un ingrandimento delle lettere, ed è comparsa quella non prevista VENITE ADOREMUS sopra l’entrata centrale; infine lo pseudo-frontone prevedeva un bassorilievo diverso.
Il motivo del cambiamento delle statue non è chiaramente accertato: sembra plausibile pensare che la presentazione della Sacra Famiglia avesse una maggiore significanza (il Redentore originario è stato rimosso nel 1995: quello che ne resta si trova nella cripta).




Il prospetto del Duomo com’è dal 1910 ed il progetto del Lazzarini.


È da sottoporre ad analisi il bassorilievo del timpano nello pseudo-frontone (altra soluzione estetica grecizzante è costituita dalle pseudo-colonne ioniche e corinzie).
Nel disegno di Lazzarini il bassorilievo era molto più affollato e prevedeva la raffigurazione del popolo di Dio con al centro la Vergine con Gesù in braccio, quello realizzato alla fine è formato da cinque figure umane.
Quella femminile al centro che innalza un ostensorio con il braccio sinistro simboleggia la Chiesa, e quella sorta di cornucopia tenuta più in basso a destra invece ricorda gli abbondanti doni dello Spirito Santo di cui la Chiesa stessa è veicolo.
Gesù Cristo è rievocato dall’ostensorio eucaristico mostrato all’adorazione di due coppie che rappresentano i popoli della terra.
La prima coppia a sinistra abbigliata alla maniera degli antichi egizi riproduce i popoli dell’Antico Testamento, la seconda a destra con abbigliamento greco-romano quelli del Nuovo Testamento.
Mentre la coppia di sinistra è semplicemente inchinata, quella di destra, analogamente posta, è più complessa: il primo soggetto tiene una lancia (rappresenta gli eserciti), il secondo è in atto di offrire qualcosa.
Questi mostrano sì facendo l’attualità della supremazia spirituale della Chiesa neotestamentaria, al cui annunzio evangelico (simboleggiato dal mostrare l’ostensorio) tutti, popoli ed eserciti, aderiscono.


Il bassorilievo del timpano nello pseudo-frontone della Matrice.




Nella Chiesa Madre c’è sul soffitto del battistero e sulla base dell’altare della Santissima Trinità l’occhio nel triangolo: in questo contesto non è un simbolo massonico, ma indica semplicemente la Santissima Trinità.