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mercoledì 31 agosto 2011

CONCORSO DI PITTURA A VICARI

associazione culturale IL BAGLIO di Vicari


VERBALE


L’associazione culturale IL BAGLIO di Vicari, presieduta da Giuseppe Pantelleria, ha bandito nel luglio 2011 un concorso di pittura di cui è stato designato giudice unico lo studioso Danilo Caruso, persona di competenza nelle discipline umanistiche, scrittore, collaboratore di testate editoriali a carattere informativo, culturale e artistico, socialmente impegnato nella valorizzazione e nella promozione dei beni culturali non solamente dei Monti Sicani.
Il 31 lug. 2011 nei locali della sede dell’associazione, dove sono state esposte le sei opere partecipanti alla competizione, è stata quindi determinata dal commissario unico di giudizio, con spirito di equanimità e usando parametri di obiettività nel contesto di quella che è la personale concezione dell’arte nella visione del giudicante, in maniera inappellabile e insindacabile, la seguente classifica con le motivazioni dei primi tre piazzamenti.


I AGAVE di Giuseppe Bandolo

«Nell’equilibrio cromatico e formale di uno squarcio della natura si trasmette un senso di primaverile serenità che dimora in questa rappresentazione.
L’agave – pianta importata in Europa dall’America – diventa un simbolo trasversale di unità spirituale del creato.
L’autore traduce magistralmente e con freschezza nel suo elaborato un pensiero di ordine dinamico.»

II ABBANDONO di Nino Iovino

«Il tema dell’abbandono, colto in una plastica significanza figurativa, fa emergere una profondità del sentire e coglie nell’aspetto paesaggistico una dimensione di questo spessore esprimendola con esempi attinenti alla specificità tradizionale siciliana: il classico carretto siciliano e la donna in secondo piano introducono un’idea di circoscrizione e di desertico isolamento.»

III OMAGGIO A ROSA BALISTRERI di Giuseppe Ciminato

«Nel richiamo a Rosa Balistreri si palesa un forte richiamo alla vitalità del proprio territorio.
La varietà e la vivacità dei colori uniti ai particolari raffigurati rievocano una tensione e un’ambizione isolane di crescita e prosperità: l’artista si fa interprete di quest’aspirazione e la traspone vigorosamente in immagine.»

IV ex aequo CESTO CON LIMONE di Maria Costanza / I FARAGLIONI DI SCOPELLO di Anna Maria Bernardi / OMAGGIO ALLA SICILIA di Chiara Callari


 
Vicari, li 31 luglio 2011


               Il giudice del concorso                                               Il presidente
                      Danilo Caruso                                               Giuseppe Pantelleria

domenica 7 agosto 2011

FRA FRANCESCO CASCIO DA LICODIA EUBEA

di DANILO CARUSO

Francesco Cascio, figlio di Antonino e Antonina, nacque nel 1600 a Licodia Eubea (un paese in provincia di Catania, ma a pochissimi chilometri di distanza da Ragusa).
Quasi ventenne entrò in convento nel paese natio, presso i francescani, restando nella qualità di laico, cioè non sacerdote; quindi passò ad altro convento ad Agira (in provincia di Enna), dove fu novizio per dodici mesi, alla fine dei quali pronunziò i voti.
Più volte accompagnò il generale cappuccino della provincia siracusana fra Innocenzo da Caltagirone, impegnato nelle prediche, le quali giunsero sino a Cammarata (in provincia di Agrigento), dove si racconta che nel 1642 un disabile fu guarito miracolosamente in seguito alla loro presenza; e quando fra Innocenzo divenne ministro generale di tutto l’ordine fra Francesco fu confermato come accompagnatore nei suoi viaggi in Europa.
Alcuni anni dopo, agli inizi del 1648, giunse missionario in Africa, in Congo e poi in Angola: dal 1649 fu a Luanda, dove si trovava una chiesa intitolata a sant’Antonio da Padova, e dove lui si dedicò così intensamente all’assistenza spirituale e materiale di chiunque, peccatori e malati, da essere soprannominato asinello.
Perseguì uno stile di vita improntato a un estremo rigore, anche nella deliberata ricerca della sofferenza e del dolore come strumento di rivisitazione della passione di Cristo.
Viveva in armonia con la natura e gli animali, coi quali peraltro entrava in confidenza; fu un esempio di preghiera costante; riferiscono che nella veste di taumaturgo compì delle guarigioni, ed ebbe altresì il dono di conoscere il futuro e gli eventi ignoti che si svolgevano altrove.
Si dice era solito affidare in prestito il cordone del suo saio alle partorienti in difficoltà, che successivamente non avevano più problemi, o intercedere per altri miracoli sollecitando ad adeguarsi all’insegnamento di san Giacomo il minore: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati (Lettera di Giacomo, 5,14-15)».
Tra le altre cose si offrì di sostituire un condannato all’impiccagione, ma presone il posto l’esecuzione fu sospesa negli ultimi istanti dopo esser stato appurato fino in fondo lo spirito di carità di fra Francesco.
Un suo saio funse da veste mortuaria di un ex governatore portoghese dell’Angola, il quale glielo aveva richiesto per tale scopo considerata l’enorme fama delle di lui virtù.
Morì il 18 aprile 1682 a Luanda: la sua salma stette esposta per quattro giorni alla venerazione dei fedeli.
Subito dopo la morte fu aperto un processo di beatificazione, i cui incartamenti rimasero allora bloccati in Africa.