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martedì 27 settembre 2011

LA CRISI DEL CAPITALISMO

di DANILO CARUSO

I mercati, le attività finanziarie e quelle produttive attraversano ciclicamente nel sistema capitalista dei momenti critici di durata variabile: accade che i prezzi aumentino, le vendite diminuiscano e la disoccupazione aumenti.
Un economista inglese vissuto tra ’700 e ’800 riteneva che la causa del disagio in cui versasse la schiera dei diseredati risiedesse in loro, nel perpetuare questa genia di disgraziati, e che i loro mali sarebbero terminati con loro stessi.
La moderna globalizzazione ha allargato pregi e difetti del capitalismo a livello mondiale senza operare una generalizzazione del benessere collettivo (che già non era perfetto nei paesi di provenienza). Sembra che la crisi attuale voglia riproporre quel darwinismo sociale di Thomas Malthus nel tentativo di provocare la soppressione di tutte quelle categorie umane che non dispongono di risorse stabili per sopravvivere.
A partire dal “terzo mondo” milioni di individui soffrono a causa della sperequazione dei beni prodotti. L’attività umana produttiva è alla base del sostentamento, il lavoro ha una funzione centrale.
Questa funzione dovrebbe essere quella di produrre non mirando alla ricerca di un guadagno anche attraverso le cose più inutili o dannose, ma mirando a ottenere i mezzi per una quanto meno dignitosa esistenza nell’ottica di contribuire, dall’imprenditore al lavoratore, alla tutela della prosperità dell’intero insieme civile.
Le imprese private tengono in piedi l’apparato economico-sociale per il fatto che da loro proviene la contribuzione tributaria più autentica. Il servizio pubblico non sempre è pienamente efficiente e a volte è parassitario, produce in alcuni casi meno di quello che dovrebbe o potrebbe: i dipendenti pubblici sono retribuiti con soldi presi dalle imprese, e non c’è da stupirsi che poi esista l’evasione fiscale di fronte a sprechi e gestioni clientelari della ricchezza tributaria.
Il cattivo servizio pubblico è l’esempio di inutile e sterile produzione con spreco di denaro, come inutile produzione è quella di imprese che mettono sul mercato prodotti di nessuna utilità, o addirittura nocivi alla salute umana, con l’induzione a comprarli per una questione di adeguamento a status-symbol.
La logica del profitto crea squilibrio sociale pure poiché la pressione fiscale sulle imprese si ripercuote sui loro dipendenti: una maggiore tassazione equivale a una riduzione dei lavoratori o dei loro stipendi.
È chiaro che non tutti i principi del liberismo siano condivisibili sino ai loro estremi: uno che persegue il proprio interesse cerca solo il suo bene e si serve degli altri con cui è costretto a condividere il suo successo imprenditoriale (in passato c’erano gli schiavi cui bastava dare il minimo necessario per sopravvivere); il mercato non è un organismo autonomo che si regola da sé, è anch’esso un risultato delle attività dell’uomo.
Il recupero di un’economia sana avrebbe bisogno di riformare il capitalismo sostituendo nei suoi principi alla logica del profitto e degli interessi di parte la logica dell’utilità collettiva: sanità, trasporti, etc. pubblici  e privati così troverebbero contributori ben disposti.
Nessuno è spontaneamente disposto ad acquistare servizi e prodotti scadenti a meno che non sia raggirato.
La legislazione sul lavoro sarebbe migliorata se accogliesse altri provvedimenti ispirati a canoni di giustizia sociale per difendere un’equilibrata partizione del benessere globale.
a) Il primo sarebbe una legge sul diritto al lavoro che garantirebbe a ogni nucleo familiare almeno una fonte di reddito, e che stabilirebbe la distribuzione dei posti nel pubblico impiego secondo merito e secondo necessità (abolendo parzialmente i concorsi).
b) Il secondo riguarderebbe la riforma dell’impresa privata.
A capo ne rimarrebbe sempre l’ideatore (che solitamente è anche colui che investe il capitale di rischio): una parte dello stipendio dei dipendenti dovrebbe essere ancorata in percentuale ai guadagni complessivi: i lavoratori contribuiscono all’eventuale fortuna economica e pare ipotesi naturale la loro partecipazione ai dividendi così come il caso del giusto licenziamento.
c) Un terzo provvedimento sarebbe di carattere generale e fiscale poiché statuirebbe il principio di imponibilità nei confronti dei soli redditi: si concentrerebbe la tassazione unicamente sui guadagni sopprimendo le imposte sulle cose che non abbiano prodotto denaro.
Non conviene allo Stato restare estraneo al gioco economico-finanziario, anzi per i compiti di garanzia che assume è lecito che ne prenda parte con discreta funzione di arbitro e di moderatore delle parti qualora queste non siano in armonia. Privatizzare servizi importanti per migliorarli è cosa contraddittoria: è lo Stato sussidiario, non il privato. I pessimi servizi pubblici andrebbero perfezionati rimuovendo tutti i problemi.
Non sembra buono smantellare la macchina statale che funzioni male mutilandola a favore di interessi particolari. Un’economia mista, in un regime di libertà e di controllo, pare la più auspicabile.
Le partecipazioni statali mirate hanno impedito nei momenti di profonda crisi che il sistema andasse in rovina.
Il capitalismo senza regole e senza limiti non ha senso ed è espressione di irrazionalità: giunge sempre un momento in cui la produzione e la vendita assumono una tendenza al ribasso poiché non si può produrre per vendere indefinitamente.
La massima ambizione del capitalista è il profitto infinito a svantaggio di tutto e di tutti.
Un’economia che al criterio del profitto sostituisse quello della sussistenza del genere umano non produrrebbe l’inutile superfluo non commerciabile che genera le crisi.
Il mondo del lavoro intellettuale e manuale consente la sopravvivenza della civiltà: per ottenere meglio questo fine è possibile lavorare tutti (e non far finta come capita in alcune circostanze), lavorare meno pro capite (con acquisizione di maggiore tempo libero), risolvere quindi il problema della disoccupazione e avere più ricchezza da redistribuire (senza lasciare sacche di disagio).

giovedì 1 settembre 2011

SAN MATTEO

LA CHIESA DEI CASTRONOVESI A LERCARA

di DANILO CARUSO

Lercara Friddi, San Matteo.
L’odierna chiesa di san Matteo a Lercara Friddi, il Santissimo Crocifisso ligneo ivi venerato e la sua relativa festività di settembre mostrano complessivamente preponderanti segmenti di DNA castronovese che non sono stati messi in luce sino a ora: l’erezione di questa chiesa, l’acquisizione del simulacro (ben più di quanto faccia intendere il vecchio racconto tramandatoci) e il suo festeggiamento sarebbero risultato di portati castronovesi.
Nella Matrice di Castronovo di Sicilia, che come tale risale alla fine del ’300 (la struttura è ancor più vecchia di tre secoli), si trova tra i vari altari uno dedicato alle anime del purgatorio che è sormontato da una scritta: «SALUBRIS EST / COGITATIO / PRO DEFUNTIS / EXORARE (trad.: “pregare in suffragio dei defunti è un pensiero utile”)».
In quest’altare – oggetto di un restauro nel 1791 – è collocata una tela (a sua volta restaurata nel 1961).
Chiesa madre di Castronovo di Sicilia,
altare delle anime del purgatorio.
Nell’altare maggiore c’è il simulacro del Santissimo Crocifisso: la statua lignea è del 1301 (il fercolo del XVI sec.), e viene condotta in processione – con molte altre statue – durante il festeggiamento (in cui aveva luogo pure una fiera di animali) del 3 maggio, giorno della tradizionale festa del rinvenimento della Santa Croce da parte di sant’Elena, madre di Costantino, sul Golgota (Castronovo ne conserva una reliquia).
Il “tre maggio” era nato come principale momento celebrativo religioso.
Sempre in quel comune, nel convento dei cappuccini, c’è pure un dipinto che raffigura san Francesco che intercede presso la Madonna e Gesù Bambino per far liberare delle anime purganti.
Non va infine trascurato che esisteva una confraternita castronovese delle anime sante.
A metà Seicento un quarto dei gruppi residenti – netta maggioranza relativa – a Lercara era di origine castronovese, e ce n’erano pure alcuni racalmutesi (cosa da tener presente per capire poi meglio).
In più le dichiarazioni dei redditi per il 1651 – esaminate e studiate dal prof. G. Mavaro nel suo saggio “LERCARA, «CITTÀ NUOVA» - VOL. I (1984)” – attestano che nella prima metà di quel secolo c’era stato a Lercara un sacerdote venuto da Castronovo.
I “Capitoli della venerabile unione delle anime sante del purgatorio” (opuscolo stampato a Lercara nel 1889 dalla tipografia Piazza) contengono utilissime informazioni.
Questa confraternita lercarese si costituì «li quattordici maggio 1676» presso la Chiesa della Madonna del Rosario (allora «maggior Chiesa di questa terra») eleggendo come «Protettrice la SS. Croce di nostro Signor Gesù fonte d’ogni bene, e causa di tutte le grazie» nella speranza che (come poi avvenne) «s’edificherà la Chiesa propria dell’anime del Santo Purgatorio».
Giuseppe Blasco Scammacca (di Matteo), signore di Lercara, dal 1668 al 1716, che fece «una donazione dell’augustosissimo Legno della Santa Croce alla Matrice Chiesa», vi è definito «fondatore della Congregazione»: ma quando si puntualizza che costui fece sì che «quella congregazione che milita sotto la Croce fondata in secreto si facesse palese a tutti con ridursi in società» si capisce maggiormente e chiaramente che quell’appellativo è solo d’occasione (formale ed istituzionale) e che la costituzione non ufficiale di quell’associazione religiosa era una realtà precedente la sua azione.
Gli oriundi castronovesi indiziati principali come componenti e promotori (per quanto detto prima), e i loro discendenti, nel loro insieme e alcuni in particolare, erano in grado di promuovere l’erezione della chiesa di san Matteo e di ordinare successivamente un Crocifisso ligneo.
Nella chiesa sopra l’altare maggiore c’è una scritta simile a quella menzionata riguardo a Castronovo: «SALVBRIS EST / PRO DEFVNCTIS EXORARE / VT A PECCATIS / SOLVANTVR / MACH. CAP. 2. (trad.: “pregare in suffragio dei defunti è utile per liberarli dai peccati / Maccabei capitolo 2”)».
San Matteo, altare maggiore (particolare).
Anni fa una mia ricerca nell’Archivio parrocchiale sui “libri defunctorum” mi diede la possibilità di notare un’altalena di modi per indicare la chiesa di san Matteo (vidi che era già esistente nel 1687, ma un migliore terminus ad quem per la costruzione è riportato nel saggio posteriormente comparso “N. Sangiorgio / LERCARA FRIDDI – FESTE E TRADIZIONI / Palermo 2005, pag. 33” ed è il 1686).
Riporto con l’indicazione dell’anno di sepoltura i casi esemplari da me selezionati:
-   «ecc.a Animarum Purgatorij» (1687);
-   «sub titulo animi sancti del purgatorio» (1687);
-   «ecclesia Sancti Matthei sub titulo Anim. Sact. del purgatorio» (1690);
-   «chiesa di lanimi del purgatorio chiama samateo» (1692);
-   «chiesa di lanimi del purgatorio illuminata samateo» (1692);
-   «chiesa dell’anime del S. Purgatorio» (1692);
-   «ecclesia santarum animarum purgatorij» (1693);
-   «Ecc.a Unioni Animarum Purg.rii» (1694);
-   «ecclesia sanctarum animarum Purgatorij sub tit.o S. Matthei» (1698);
-   «eccl.a Purgat.i» (1698);
-   «ecc.a sanctarum animarum penantium» (1702).
Quest’alternarsi ci fa intuire qualcosa: il ruolo di Giuseppe Blasco Scammacca in tutta la storia potrebbe essere solo esteriore e di formalità istituzionale e sovrapporsi a un sostrato preesistente: ad altri si attaglia la chiesa con quei connotati, lui come intermediario pubblico possibilmente vi vorrebbe lasciare un segno con l’intitolazione a san Matteo in memoria del padre, però questa volontà si scontrerebbe con quella dei promotori e ne verrebbe fuori un’altalena di incertezza a livello di denominazione.
A questa considerazione se ne aggiunge un’altra.
La chiesa fu sede della parrocchia a Lercara nell’attesa dell’erezione del Duomo (i cui lavori si realizzarono nel periodo 1702-21): ciò può essere un indice di come Giuseppe Blasco Scammacca si sia potuto e voluto intrufolare in una cosa non sua (a cui può darsi abbia collaborato con qualche finanziamento).
Il simulacro del Crocifisso all’interno della chiesa potrebbe essere datato alla seconda metà del ’600, e probabilmente il suo impianto nell’altare è contemporaneo al suo sorgere.
San Matteo, altare del Crocifisso.
Da antica data si tramanda che questo Crocifisso fosse destinato a Castronovo di Sicilia e che durante il suo tragitto in qualche modo restasse a Lercara durante una movimentata vicenda tra Lercaresi e Castronovesi che disputavano su un presunto miracolo.
I primi ritenevano che il non riuscire a spostarlo fosse manifestazione di una volontà divina che lo voleva far rimanere, gli altri volevano portarselo. Alla fine i Castronovesi – si racconta – riuscirono a portarsi solo la croce (andata distrutta) e non pure il Cristo Crocifisso.
Questa narrazione ricalca quella ambientata nel 1503 a Racalmuto dove una Madonna marmorea (detta poi del Monte) diretta ugualmente a Castronovo subì analoga sorte: la signoria di Racalmuto in quel periodo era tenuta da Ercole Carretto (provenuto da famiglia che risiedeva a Castronovo).
Propendo a ritenere che verosimilmente quei Racalmutesi venuti ad abitare a Lercara sopra menzionati abbiano portato qui notizia di quest’ultima storia, la quale è stata ripresa e sovrapposta al Crocifisso.
A mio avviso non è possibile accogliere la storicità di un successivo racconto clonato così platealmente.
Una mia parte d’analisi un po’ freudiana vede in questo similare, ritenuto inventato, per il Crocifisso lercarese una rielaborazione della realtà di tensione, tra lo Scammacca e la confraternita, di cui si è fatta ipotesi.
Per concludere è da dirsi che lo schema castronovese per la celebrazione del Santissimo Crocifisso è stato ricalcato a Lercara: in passato la prima domenica di settembre c’erano la fiera e la parte religiosa (in origine la processione si svolgeva il primo lunedì dopo la Commemorazione dei defunti), oggi tutto ciò avviene rispettivamente il 18 e il 19 settembre.
La serie di coincidenze che ho portato alla luce non si spiega se non sulla base della mia tesi di partenza.
A Lercara nel 1824 la congregazione si riformò e si ricostituì come “Venerabile compagnia della Santa Croce”.