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domenica 2 settembre 2012

L’ANTILLUMINISMO DI ANTONINO PEPI

di DANILO CARUSO

Antonino Pepi nacque a Castronovo di Sicilia da Giovanni Battista il 25 maggio 1746, la sua famiglia era originaria di Napoli. Alla metà del ’700 fu aperta in paese una scuola pubblica d’istruzione superiore, a carico del Comune, nella quale egli si formò: diretta dal dotto sacerdote Giannagostino De Cosmi, fu un rinomato centro d’interesse culturale per il circondario, che purtroppo chiuse a inizio dell’Ottocento dopo che costui fu trasferito a dirigere il seminario di Catania (un illuminato studente cammaratese di questa scuola, Francesco Panepinto, lasciò la disposizione testamentaria di dar vita con i propri averi a istituti d’istruzione di base a Cammarata e a san Giovanni Gemini).
Nelle sue opere (stampate a Palermo, Firenze e Venezia) il Pepi polemizzò con gli illuministi. Nel “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” (1755) Jean-Jacques Rousseau sviluppò un ragionamento precedentemente esposto per cui il progresso della civiltà umana sarebbe stato la causa di un allontanamento crescente dall’ottimo stato di natura: avversando il giusnaturalismo ritenne che la società avesse un’origine accidentale e non naturale da una condizione in cui gli esseri umani, simili alle bestie, fossero tutti eguali e d’indole buona, e considerò i fattori e i prodotti della socializzazione (linguaggio, famiglia, proprietà, etc.) come i risultati artificiali di un innaturale forzato processo.
Il passaggio dallo status originario alla forma di vita nell’organizzazione statale sarebbe stato a suo avviso la fonte della sostanziale ineguaglianza fra gli uomini poiché le leggi sancirebbero e tutelerebbero rapporti sociali frutto di una distorsione che creerebbe sperequazioni dei beni: per rimediare a ciò Rousseau nel “Contratto sociale” elaborò un modello di Stato in cui la sovranità dei singoli verrebbe delegata all’assemblea universale dei cittadini, e non a un monarca, che dovrebbe deliberare (volontà generale) a tutela di tutto l’insieme.
Di diverso parere fu Antonino Pepi nel suo scritto d’esordio “Trattato della inegualità naturale degli uomini” (Venezia 1771, Palermo 1777). Gli uomini sono naturalmente diseguali: richiamandosi al pensiero platonico esposto ne “La repubblica” affermò che ogni puntualizzazione del genere umano ha inclinazioni e capacità che lo rendono dissimile da altri. Era possibile d’altro canto raggrupparli in categorie socialmente e funzionalmente ordinate: il principio di fondo è che l’aristocrazia intellettuale è designata dalla natura al compito di governo nello Stato. Come Platone proponeva una suddivisione che assegnasse a ognuno il proprio ruolo nella società secondo un criterio di merito e di onestà. Il Pepi indicò inoltre l’obiettivo di ogni uomo nel conseguimento della felicità, la quale stoicamente identificava nel contrario del vizio cioè la virtù.
A tal proposito osservò che la morale epicurea era stata letta in modo pregiudiziale: l’obiettivo del piacere (edonismo) che la stessa prospettava era rimasto nel tempo vittima di una interpretazione imperfetta, infatti Epicuro poneva i “piaceri statici” al di sopra di quelli “dinamici” perché l’ordine stabile senza variazioni in questo campo etico era preferibile ad altro.
Sempre nel “Trattato della inegualità naturale degli uomini” prese di mira altri due illuministi, Cesare Beccaria (1738-1794) e Tommaso Natale (1733-1819), che nelle contemporanee loro rispettive opere “Dei delitti e delle pene” (1762) e “Riflessioni politiche intorno all’efficacia e necessità delle pene dalle leggi minacciate (1772)” avevano sostenuto l’abolizione della pena capitale, istituto cui lui era invece favorevole.
Altre opere di Antonino Pepi, pubblicate fra il ’72 e il ’77, furono:
-   “Lettera scritta al sig. Beneficiato Giuseppe Alondres in Castronovo, intorno la disputa se sieno preferibili gli autori antichi ai moderni” (1772);
-   “Leggi sopra l’uso della critica” (Palermo 1772, Venezia 1775);
-   “Riflessioni sopra una disputa tra i signori Maupertuis e Diderot” (Venezia 1775);
-   “Ricerche sulle due metafisiche” (Palermo 1777).
Si confrontò anche con il Lercarese Carbonaro (che studiò pure a Castronovo) nelle “Riflessioni sullo scritto del sig. Giovanni Carbonaro intorno alla estrazione del feto vivente e morboso”. Antonino Pepi morì il 17 agosto 1811 a Castronovo di Sicilia. La sua salma fu tumulata dentro la chiesa di san Francesco d’Assisi. La sua abitazione si trovava nella piazza a lui intitolata nell’Ottocento.

sabato 1 settembre 2012

A EVA PERÓN

di DANILO CARUSO
 
1            Salve madonna dal biondo chignon,
2            benefattrice dei descamisados.
3            Parlavi dal balcone di Perón
4            alla gran folla di aficionados:
 
5            tutti rivolti in un coro amico.
6            Speranza di una popolazione,
7            dopo l’arcobaleno un nemico
8            oscuro ti strappò alla nazione.

9            Immenso della gente il dolore.
10          E il cielo divenne grigio, sordo:
11          pioggia, lacrime ormai era finita.
 
12          Nessuno allora più gridava Evita.
13          Però la fiamma del tuo ricordo
14          accesa rimarrà nel nostro cuore.


Ho composto questo sonetto nel 1998. Per un approfondimento storico sulla figura di Evita e dell’ideologia del giustizialismo peronista rinvio a questi miei studi:
Qui mi limiterò a integrare il testo delle sufficienti note esplicative.

Sonetto: rime ABAB ABAB ABC CBA
Metro: endecasillabo

v. 1 – Evita (1919-1952) è entrata nella storia, non solo dell’Argentina, come una portabandiera degli umili (abanderada de los humildes). Caratteristica tra le sue pettinature quella con i capelli raccolti sulla nuca.
v. 2 – Durante le prime due presidenze di Juan Domingo Perón (1946-55), la sua fondazione stette al centro di un’azione, in parte anche internazionale, di sostegno ai più bisognosi.
vv. 3-5 – Il balcone della Casa Rosada (palazzo presidenziale a Buenos Aires) rappresentò un palcoscenico di suoi discorsi a cui interveniva una marea di gente acclamante.
v. 7 – Il cosiddetto viaggio dell’arcobaleno, in Europa nel 1947, fu un giro ufficiale di Eva Perón che toccò anche l’Italia.
vv. 7-8 – Hanno un particolare enjambement sintagmatico. Il «nemico oscuro»: il tumore all’utero che ne causò la morte.
vv. 10-11 – Evita scomparve il 26 luglio, periodo invernale nell’emisfero australe.
v. 12 – Questo verso si ricollega all’aggettivo «sordo» del v. 10: non si udivano più le gioiose acclamazioni.
vv. 13-14 – Con sentimento di affettuoso rispetto gli Argentini sinceri e tutti quanti hanno ammirato e condividono il suo ideale di giustizia sociale ricordano oggi Evita.

Nel sistema delle rime la quartina d’apertura ha l’iniziale (chignon-Perón) che mostra la coppia presidenziale di fronte ai descamisados-aficionados: altro accostamento che si fonde in maniera integrale per divenire folla relazionato al precedente. Il passaggio dal 4° verso, ultimo di questa quartina, al 5°, primo della successiva, tramite i due punti d’interpunzione, dilata e rende l’ampiezza di questa coralità di gente festosa. La seconda quartina ha coppie di rime differenti: una antitetica (amico-nemico), l’altra analogica (popolazione-nazione). La rima baciata dei vv. 11-12 è il perno concettuale delle due terzine, in cui le altre (sordo-ricordo, dolore-cuore) compaiono a guisa di onde che si irradiano in uno stagno, gettato un sasso, allargandosi circolarmente e alla fine acquetandosi.


A Eva Perón
(versione in spagnolo a cura di Danilo Caruso)

Ave madonna del rubio moño, 
bienhechora de los descamisados. 
Hablabas desde el balcón de Perón 
a la gran muchedumbre de aficionados:
todos dirigidos en un coro amisto. 
Esperanza de una población, 
después del arcoiris un enemigo 
oscuro te arrancó de la nación. 
Inmenso de la gente el dolor. 
Y el cielo se volvió gris, sordo: 
lluvia, lágrimas ya era acabada. 
Nadie entonces ya gritaba Evita. 
Pero la llama de tu recuerdo 
encendida quedará en nuestro corazón.