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sabato 4 ottobre 2014

DUE NUOVI SAGGI DI DANILO CARUSO

dalle rispettive introduzioni

La società contemporanea sembra ignorare il valore della storia: è come se si desse per scontato che il mondo sia sempre stato così com’è oggi.
Sì, si sa, per esperienza o per sentito dire, che c’è un passato.
Ma non esiste più.
Perché interessarsene?
Il passato è diventato oscura e confusa mitologia.
Questo inaridimento crea una nuova torre di Babele.
L’umanità sembrerebbe andare verso l’ultima barbarie.
Imperversano alle volte, prodotti da una non approfondita conoscenza, aberrazioni della ragione o nevrosi scientiste.
L’uomo non è più in grado di gestire i risultati della scienza perché non ha presente l’esperienza dell’umanità che si raccoglie nella storia, è come un bambino con in mano una pistola carica pronto a premere il grilletto contro sé e gli altri, senza sapere che maneggi un’arma mortale.
Aristotele riteneva l’uomo un animale particolare: dotato della facoltà di pensare e della possibilità di comunicare attraverso il linguaggio, e della capacità di associarsi con i suoi simili in maniere così proprie ed elevate da contrapporlo nettamente alle bestie.
La tecnologia che dovrebbe liberare gli uomini dal bisogno per edificare un umanesimo maturo, li ha invece illusi di poter fare a meno di tutto.
Sconoscendo il peso della storicità degli eventi e il proprio passato in genere l’umanità potrebbe ripiombare in stadi degenerativi.
Una nuova forma di schiavitù potrebbe consistere nel vivere secondo le proiezioni del benessere tecnologico, che svuota l’uomo e lo rende un animale ammaestrato.
La storia esige un senso di rispetto per la nobiltà del pensiero su cui fondare un nuovo umanesimo.
Durante l’anno 2015 ricorreranno degli anniversari particolari.
Il 24 maggio 2014, giorno in cui la Chiesa celebra la festa di Maria Ausiliatrice, è venuto a mancare mio padre Antonino.
La prima ricorrenza annuale della sua scomparsa coinciderà tra l’altro col centenario dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale: «Il Piave mormorava / calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il 24 maggio. / L’esercito marciava / per raggiunger la frontiera, / per far contro il nemico una barriera …» recita l’inizio de “La leggenda del Piave”.
Cadranno poi fra luglio e agosto 2015 il centenario della morte di Alfonso Giordano e il bicentenario della nascita di Don Bosco.




Il comportamento dell’essere umano in aggiunta alle sue naturali inclinazioni è influenzato dalle circostanze ambientali in cui cresce, si forma e continua a vivere.
Dipende dunque dalla presenza di disagi la crescita di una personalità segnata da un accumulo di motivi di rivalsa che si possono scaricare sulla società, motivi che partendo dalle più svariate tipologie rischiano di sfociare in atti illeciti anche reiterati nonostante le leggi li reprimano.
La spinta a delinquere sorge perlopiù da uno stato di malessere: l’energia psichica può indirizzarsi su versanti positivi (pulsione al piacere) o versanti negativi (pulsione alla distruzione).
Chi ha inclinazione a deviare dall’ordine costituito è soprattutto un soggetto formatosi in contesti di carente benessere e acculturazione.
Questo insieme di fattori scatenanti anima dei comportamenti che mirano a distruggere nei più diversi modi il vivere civilizzato.
L’irrazionalità dell’atteggiamento delinquenziale è quindi una conseguenza di quei sistemi sociali che producono sperequazioni dalla base, tendenti a creare sacche di ridotto arricchimento senza riguardo per la massa.
Un’architettura socioeconomica che non dia luogo a differenze, la fornitura statale di servizi quanto più efficaci, la distribuzione del benessere su più ampia scala darebbero il via alla riduzione degli illeciti.
Questo piano di prevenzione dovrebbe naturalmente unirsi alla scolarizzazione e all’acculturamento, dato che un buon cittadino non è quello che non comprende le dinamiche del mondo in cui vive e che non abbia idee chiare.
L’ignoranza è tra i fattori promotori di condizioni devianti, del loro attecchire e del loro protrarsi.
Il concorso degli istruiti può favorire buone leggi, e più acculturati significherebbero più buone leggi.
Cosicché non si verifichi neanche in una animal farm letteraria che il Napoleon di turno, chissà, stabilisca che abbiano diritto di parola solo coloro che conoscano e sappiano spiegare bene le grammatiche delle lingue grazie a cui si esprimono, nello stesso modo in cui guidare un veicolo richiede il conferimento di una patente dopo aver superato un appropriato esame.
Ma a ciò, fortunatamente, rimediano già le scuole.