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sabato 15 novembre 2014

DUE NUOVE OPERE DI DANILO CARUSO

dalle rispettive introduzioni

In un mio precedente saggio, intitolato “Donne della libertà”, mi richiamai nella premessa al modello delle tappe fenomenologiche hegeliane. Qui voglio rievocare più concretamente l’articolarsi del percorso dello Spirito assoluto aggregando tre miei studi ciascuno esempio di uno dei suoi stadi dialettici: arte, religione (una via di mezzo tra due livelli: le liturgie sono a loro modo un’estetica della verità), filosofia. In essi – a detta di Hegel – l’Assoluto raggiunge il massimo di conoscenza dopo aver ottenuto la completa libertà come Spirito oggettivo.
Quasi tutti gli esseri umani sono più o meno indaffarati per chiedersi che cosa sia quella “libertà” in cui agiscono o credono di agire.
L’uomo ha avuto fin dai tempi più antichi come esempio nella marcia di progresso nella civilizzazione la natura, ma se guardiamo alla natura non vi troveremo niente che sia “libero” o “causa di libertà”: tutto segue infatti delle rigorosissime leggi (biologiche, fisiche, chimiche), in parole povere le cosiddette “leggi di natura”, per le quali non c’è deroga.
Ciò vuol dire che l’universo è una macchina con i suoi tanti ingranaggi collegati da necessari nessi di causa-effetto.
Nelle bestie questa “necessità” è impressa dall’istinto. Ma anche l’uomo è biologicamente un animale inquadrato nella natura, quindi se è “libero” non lo è in quanto “animale”.
Se noi affermiamo la libertà d’azione degli esseri umani, dobbiamo concludere che non gli è stata dotata dalla natura sensibile, invece che è inevitabile derivi da un piano spirituale distinto dalla materia.
L’uomo è sì un animale, però è particolare di fronte a tutti gli altri: è munito di ragione, cosa che questi non hanno (appunto non ragionano, non scrivono, non parlano fra di loro). La società umana ha un quid che la differenzia da quelle animali: l’aggregarsi è in natura, ma l’umanità lo fa in forme notevolissime.
L’esercizio della libertà nella nostra società contemporanea è qualcosa che in certi casi può rivelarsi più sfumato e illusorio allorché si agisce in modo quasi inconsapevole.
La causa di questo problema sta nella centralità di sistema effettuale data all’economia, al profitto, all’arricchimento, a scapito degli altri valori.
Il capitalismo sfrenato priva l’uomo della sua libertà nel momento in cui lo induce – come fosse una bestia – a comportamenti mirati: mezzo fondamentale di ciò è la pubblicità. Spesso vengono creati prodotti commerciali senza che ce ne sia effettivo e reale bisogno, poi segue una pressante induzione pubblicitaria che sottopone il soggetto alla maturazione di un istinto d’omologazione e d’acquisto.
L’essere umano così trattato non appare tanto libero, diviene un automa spirituale. Quando pensiamo che le moderne tecnologie potrebbero sollevare l’umanità dai suoi principali problemi, e dal posto di essere strumento economico, notiamo che la gerarchia dei valori è quella che pone la ricchezza al primo posto.
La libertà – prerogativa umana che si esercita su un piano spirituale – proviene necessariamente da Dio (dato che in natura non esiste) ed è prova di una dimensione metasensibile.
L’uomo automatizzato (sotto vari aspetti) la perde: quando compra una cosa anche se non gli serve, quando vota o (non vota) senza capire quello che fa, etc.
Sant’Agostino ha detto che Dio non è la causa del male, ne è l’origine: nel senso che avendo creato l’umanità libera le concedeva la possibilità attraverso la libertà di agire male.
L’imbrigliamento dell’uomo è conseguenza di un’ideologia di matrice economica che suggerisce della libertà un uso distorto per mezzo della riduzione dei soggetti umani al rango esclusivo di “consumatori”.
A questi capita di smarrire l’uso della ragionevolezza; e richiamandoci alle dottrine aristoteliche potremmo definirli dei “moderni schiavi”.
Per Aristotele i presupposti teorici della schiavitù erano scaturenti dal fatto che un individuo ritenuto sotto il profilo della razionalità non sviluppato e non evoluto era uguale a un animale, quindi non appartenente al genere umano.
Naturalmente ciò non vuol dire che chiunque fa la spesa o fa un acquisto è un automa: bisogna soddisfare gli aspetti esistenziali del soggetto (non credo che nessuno, per quanto profonda possa essere la sua visione, rinuncerebbe a comprare quello che gli serve per vivere).
Quello che occorre è aprire gli occhi a un mondo che è celato da un velo, elevarsi a un livello di lettura della realtà che emancipi da qualsiasi sirena.
Marx ha scandagliato la problematica capitalistica benissimo, ma i rimedi che il comunismo presentava erano peggiori dei mali che pretendeva di curare.
Il materialismo in sé e per sé è una negazione della libertà umana, come abbiamo visto: l’uomo è libero in quanto creatura spirituale di Dio, non in quanto cittadino o altro. Noi rispettiamo lo Stato e le sue leggi perché si ispirano all’ordine che governa la natura e l’universo, creazioni di Dio (lo Stato e la famiglia sono società naturali). La libertà serve per essere veramente liberi e riconoscere il male. Essa è facoltà dell’anima immortale che rende nello spirito componenti di una comunità universale che è quella delle creature intelligenti di Dio.
La riscoperta della parte più nobile del patrimonio umano, la nascita di un nuovo umanesimo, possono migliorare la società dalle sue radici.
Rimangono sempre vive quelle parole che l’Ulisse dantesco rivolse ai suoi compagni: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza».

http://www.scribd.com/doc/242683866/Considerazioni-critiche



In questo saggio ho raccolto alcuni miei studi storici, una serie che spazia dal Medioevo al ’900. Esso fa coppia col mio precedente “Momenti di storia antica”: si tratta di due piccoli lavori che vogliono offrire spunti sparsi per conoscere il mondo, senza nessuna particolare pretesa.
L’obiettivo principale è quello di far comprendere l’importanza dello studio, a qualsiasi età, tuttavia qui sì con un occhio di riguardo alle generazioni in età scolare. In un passato ormai abbastanza remoto l’accesso dei fanciulli alle istituzioni scolastiche per ricevere un’educazione socioculturale era qualcosa non alla portata di tutti: una grandissima parte di popolazione rimaneva in uno stato di barbarica ignoranza che andava a braccetto con il suo sfruttamento da parte della borghesia latifondista e imprenditoriale. I poveri ignoranti sono sempre stati vittime di chi ne sapeva di più e di chi di conseguenza gestiva il potere nella società.
L’evoluzione dei tempi ha portato all’istruzione obbligatoria fino a un’età via via più elevata.
Questa costrizione fu vissuta talvolta come violenza poiché toglieva forza operativa per il guadagno al nucleo familiare di appartenenza.
Tale aspetto era unicamente indice di altri squilibri sociali, ma non poteva impedire l’affermazione del principio per cui un buon cittadino (allora suddito) dovesse essere qualcuno a cui non mancassero le conoscenze essenziali. A scuola moltissimi discenti imparavano ciò che non potevano apprendere nell’ambiente familiare, e a seconda delle circostanze anche correttivi valori.
La recente modernità ha purtroppo registrato un certo regresso della missione scolastica.
Il latente senso di disordine che circola nella società sarebbe divenuto il modello da imitare per quella parte di indisciplinati protagonisti di alcuni noti fenomeni. Costoro hanno difficoltà a imparare un criterio dell’ordine che appunto non distinguerebbero nettamente in giro.
I cattivi modelli trovano spazio nelle classi e diversi insegnanti si trovano a dover arginare le realtà dei soggetti socialmente non bene adattati. Il ruolo del docente – maestro o professore (anche universitario) – è quello di un sacerdote nel tempio del sapere: per insegnare bene ci vuole una vocazione.
Insegnare di mala voglia o con l’unico obiettivo dello stipendio non gioverebbe né alla scuola né agli sfortunati discenti.
Non è di buon auspicio che ragazzi non completamente formati vengano ammessi, non per causa loro, ai successivi gradi scolastici in modo inopportuno perché saranno i cittadini e i professionisti di domani. Certo quasi tutti i professionisti sono qualificati, però per quanto ridotta che sia la schiera di chi esercita da non appieno competente una professione questo non ne legittima la potenziale nociva persistenza.
Da tutte le scuole, e specialmente dall’università, dovrebbe uscire solo gente preparata.
Mettendo da parte il discorso dei professionisti, che cittadini sarebbero anche quelli che hanno ricevuto un’educazione scolastica limitata all’obbligo? È possibile che a scuola non si impari quanto si possa veramente imparare.
Quale studente ha ricevuto nozioni in favore di una sua spontanea e autonoma crescita politica nell’ottica di formazione del cittadino?
Queste domande non sono prive di significato perché quando i maggiorenni votano contribuiscono a dare un indirizzo politico alla società, e che società sarà quella in cui gran parte dei giovani non capisce da chi e in quale maniera si farà governare?
Neanche la presunta “morte delle ideologie” ha aiutato la gioventù contemporanea.
Quella del ’68 era in parte fortemente politicizzata, ma aveva delle idee in materia. Nella scuola dell’obbligo dovrebbe apprendersi a capire la politica per non essere indifferenti al mondo in cui si vive.
Sconoscere la storia della propria nazione e il modo di funzionamento delle sue istituzioni è gravissima mancanza ovunque. John Stuart Mill, uno dei teorici più autorevoli del liberalismo nell’Ottocento, parlò di tirannia della maggioranza del popolo non qualificata a scegliere politicamente, e propose per rimediarvi di dare facoltà di esprimere singolarmente più voti ai soggetti istruiti in politica. Ai nostri giorni, con tanto di riguardo, parrebbe il caso di ribaltare quel ragionamento di Stuart Mill, e dire che piuttosto di dare ad alcuni la possibilità di esprimere per esempio 3-4 voti individualmente è meglio fornire a ognuno l’istruzione necessaria che rende eguali in un regime democratico e mantenere il principio di un voto a persona.
La scuola non deve di certo ritornare all’epoca della bacchetta, ciò nonostante deve avere vie chiare: il giusto ordine, migliore selezione.
Il lodevole obiettivo di conseguire “un pezzo di carta” rischia di provocare come effetto collaterale un livellamento culturale verso il basso a causa dell’ipotesi che la concessione di titoli non corrisponderebbe nella realtà a quello che presume.
La storia testimonia d’altronde che “un pezzo di carta” da solo non è fondamentale nel creare il sapere. Un esempio canonico italiano: il filosofo e politico Benedetto Croce non era laureato, eppure era lo stesso che influenzò il panorama culturale italiano del secondo dopoguerra.
La cultura e la scienza hanno estensioni superiori e a volte non coincidenti con gli edifici di studio.

http://www.scribd.com/doc/245715086/Momenti-di-storia