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giovedì 2 giugno 2016

LA MADONNA “PNEUMATICA” E LENINA CROWNE

di DANILO CARUSO

Lenina Crowne è una protagonista di “Brave New World”, un romanzo di Aldous Huxley (1894-1963) pubblicato nel ’32. In questo racconto distopico si fa un particolare uso dell’aggettivo inglese “pneumatic”1. Esso viene usato per definire costei: la sua valenza, nel contesto della narrazione di quella società, che ha portato il capitalismo alla sua estrema irrazionale manifestazione, tocca in relazione a Lenina una dimensione erotica la quale è il riflesso del modus vivendi in cui ella si trova inserita. Il Mondo Nuovo di Huxley vive infatti la sessualità in maniera molto libera, e l’applicazione di “pneumatic” a tale protagonista la connota in senso lato sotto il profilo di un’ottica che media estetica ed etica. L’aggettivo viene attribuito anche a cose, e pertanto la sua sfera semantica ingloba tutto ciò che è considerato “premio” della weberiana e capitalistica predestinazione divina. Lo spunto huxleyano dell’uso di “pneumatic” pare tratto, con un’intenzione di denuncia generale di una visione reazionaria e illiberale della società, dall’opera di Thomas Stearns Eliot (1888-1965): suddetto aggettivo compare nella poesia eliotiana “Whispers of immortality” del 1920. In questo testo “pneumatic” viene usato per un’attribuzione al sostantivo «bliss (felicità, beatitudine)», a cui condurrebbe «l’amichevole seno (friendly bust)» della «bella (nice)» (Russa) Grishkin «senza corsetto (uncorseted)». In “Brave New World” i «breasts (seni)» di Lenina sono palpati da un altro protagonista del romanzo, Bernard Marx, nel cap. VI. La radice religiosa e capitalistica del Mondo Nuovo, dove non esistono più gestazioni materne naturali e tutti nascono da un utero artificiale (ectogenesi: qualcosa qui di paragonabile all’azione dell’evangelico Spirito Santo nella gravidanza della Vergine), mi offre spunto di un salto indietro nella storia reale allo scopo di individuare una testimonianza nell’ambito artistico di questo concetto huxleyano di “pneumatic”. Per la precisione mi riferisco al caso de “La Madonna del latte in trono col Bambino”, componente del “Dittico di Melun”, frutto dell’abilità di Jean Fouquet. “Madonna del latte” è uno dei tanti titoli mariani. Una delle opere più famose dedicata tale tipologia è appunto la suddetta. Nella vicenda che ne vide la realizzazione possiamo rintracciare elementi protocapitalistici, i quali ante litteram prendono le distanze dal cattolicesimo ufficiale: la cosa è evidente peraltro nella forma estetica adottata dall’artista discostantesi anche dal meno conformista analogo elaborato dei suoi tempi. Jean Fouquet (chiamato dal Vasari, nel suo famoso compendio, Giovanni Fochetta) nacque nella seconda metà degli anni ’10 del ’400 a Tours, in Francia, e morì intorno al 1480. Pittore e miniaturista molto apprezzato durante la sua epoca, fu al servizio dei monarchi francesi e di loro collaboratori di governo. Non numerose le informazioni su di lui e neanche precise: è credibile la sua presenza in Italia in occasione di un soggiorno nella seconda metà degli anni ’40 (si dice che abbia dipinto uno scomparso ritratto di Papa Eugenio IV). Da questo viaggio avrebbe portato con sé varie suggestioni derivanti dai suoi contatti con artisti e con l’ambiente (si pensa sia stato in più città della penisola). Il “Dittico di Melun”, il suo elaborato più noto, fu realizzato, al rientro in patria, a metà ’400 dietro incarico di Etienne Chevalier, responsabile delle casse dello Stato. Tale coppia di dipinti era stata commissionata per un’ubicazione ecclesiastica in detta città, forse alla memoria di una defunta amante del re Carlo VII (si ipotizza che Maria abbia assunto nell’opera le sembianze di tale Agnès Sorel). Le due pitture su tavola hanno ciascuna un’estensione quasi di un quadrato col lato di 1 m. Quella, di sinistra, in cui è raffigurato il committente, nell’atto di essere introdotto alla presenza della Vergine dall’intermediario santo Stefano, è di pochissimo un po’ più grande dell’altra (la quale è la principale). Le due immagini in origine erano accompagnate da una terza molto piccola, un autoritratto dell’autore. Questo è conservato adesso a Parigi, infatti l’unità del complesso in passato è stata scissa: “La Madonna del latte in trono col Bambino” è custodita ora ad Anversa, mentre “Etienne Chevalier presentato da santo Stefano” lo è a Berlino. Nel riquadro saliente il parmenideo seno sinistro di Maria («simile alla massa di ben rotonda sfera») si trova alla luce in prossimità del figlioletto, seduto sulle di lei gambe: entrambi sono collocati su un assetto figurativo a forma di piramide. Accostando le immagini del dittico, le linee di fuga del sistema prospettico del dipinto secondario intercettano un punto sulla parte bassa del volto mariano. Gli angioletti che circondano la Vergine e Gesù Bambino sono dei serafini (quelli rossi) e dei cherubini (quelli blu). Altre raffigurazioni pittoriche del genere presentano la Madonna che spruzza altresì latte da un seno all’indirizzo di qualcuno (ad esempio un santo), o con il liquido latteo fluente. Questo “latte mariano” rintracciato dall’ingenuità popolare in manifestazioni naturali, poste poi all’attenzione di pratiche cultuali, era, ad avviso del credente, uno strumento di fortificazione (si pensi all’antico caso pagano di Ercole che succhia il latte dell’inconsapevole Era) o di guarigione (il che ridà la classica dimensione curatrice appartenente a oggetti sacri): sul piano di una analisi alchemico-junghiana ciò corrisponde alla fase dell’“albedo”, al passaggio verso un livello di positività da quello negativo della “nigredo” (depressione, malattia, miseria, et cetera). Nel Medioevo la sirena Melusina, dai cui seni ella offriva il latte, rappresentava la Grande madre generatrice e reggitrice dell’universo. La tipologia figurativa in esame ha una lontana ascendenza nell’antica religiosità egizia, dove in origine era Iside a prestarsi nell’allattamento del figlio Horus: da questo contesto poi sopravvisse nell’arte dell’affermatosi Cristianesimo. La venerazione della “Madonna del latte” si radicò presso i ceti bassi dove l’allattamento di un neonato era prassi obbligatoria. Un impulso uscì fuori dal Concilio efesino del 431, e scaturì dal dogma della maternità di Maria nei confronti di Dio: la Madonna theotokos, madre di Dio. Contrariamente agli ambienti greci e romani, per differenti motivi, allattare un bambino nella cultura giudaico-cristiana non era disprezzato tant’è che di Gesù e della Vergine in Lc 11,27 si dice: «Beati… i seni che tu poppasti». Inoltre nel Vecchio Testamento in Ct 7,8 si mostra un fuggente quid di “pneumatic”. Maria poté così essere rappresentata in vesti meno aderenti ai canoni narrativi aviti, forme perciò arricchite di spunti teologici di più larga base: ella non era solo la mamma di Gesù, era soprattutto la madre di un Dio (come Iside). Dall’area orientale bizantina detto modello giunse nella zona centroccidentale del continente europeo. Qua si diffuse, in epoca umanistica, nelle regioni nordiche e in Toscana, assumendo connotazioni meno rigide e meno convenzionali rispetto alla tradizione d’importazione. La nascita dell’umanesimo trovò sostegno in nuovi ceti imprenditoriali non provenuti dalla tradizionale nobiltà feudale. I primi ambivano al potere politico, e negli investimenti culturali cercavano una legittimazione delle loro mire e della loro superiorità operativa. La successiva e ulteriore diffusione presso classi popolari di questo culto mariano trovò infine un radicale ostacolo, causa della sua decadenza, nelle considerazioni sessuofobiche della Controriforma sull’inopportunità di simili immagini (veicolo di concupiscenza). In effetti qualunque moderno osservatore de “La Madonna del latte in trono col Bambino” avrebbe difficoltà a riconoscervi un’opera di arte sacra, e non stupirebbe il fatto di trovarla sulla copertina di qualche famosa rivista. L’immagine del dipinto sembra voler tradurre le impressioni che emergono all’inizio del cap. VII di “Brave New World” allorché una scena di allattamento al seno di bambini viene valutata un atto scandaloso da Lenina: infatti la Vergine del Fouquet si rivela distaccata, per niente coinvolta in una simile prassi se non attraverso il suggerimento della sua tipologia figurativa. Gesù Bambino appare isolato, quasi a voler esprimere quelle parole di Bernard suscitanti irritazione in Lenina: «Che relazione meravigliosamente intima… E che intensità di sentimento deve produrre! Spesso penso che uno possa aver perso qualcosa non avendo avuto una madre. E forse tu hai perso qualcosa non essendo una madre, Lenina. Immaginati mentre siedi là con un piccolo bambino tutto tuo». La conclusione a cui approda tutto il mio ragionamento esposto individua ne “La Madonna del latte in trono col Bambino” un exemplum principe protocapitalistico dell’idea di “pneumatic” di cui fa uso Huxley in “Brave New World”. L’aggettivo nella pittura in questione si appalesa in varie vesti: da quella teologica, della maternità divina (che coinvolge lo Spirito Santo, Pneuma), a quella estetica analizzata sin qui (culminante nel concetto di “pneumatic” del Mondo Nuovo, ultima tappa dell’irrazionale evoluzione capitalistica). Un non tanto razionale Spirito Santo è dunque il fondamento su cui poggia questo singolare manifesto artistico dell’ambizione borghese che risulta essere alla fine l’opera esaminata del Fouquet. Il tema dell’irrazionalità traspare pure dal riferimento alla teologia dogmatica della Chiesa cattolica.
Lo Spirito Santo procede infatti dalla relazione di circuminsessione tra le prime due Persone della Trinità. E dato che il Verbo-Logos è la seconda, alla terza rimane poco di razionale nel suo ambito che si occupa di una relazione d’amore, ossia erotica. È lo Spirito Santo, poi tramutatosi in scienza genetica priva del lume della ragione in “Brave New World”, a ingravidare Maria. E sempre esso sottostà, nel suo alogico sviluppo, al suo aggettivo “pneumatic”. Il quale nel tradursi esteticamente lega quindi Lenina Crowne a “La Madonna del latte in trono col Bambino”, la quale a sua volta si rivela vicina ai canoni rappresentativi “pneumatici” di una società avanzata quale quella borghese americana rintracciabili nel famoso disegnatore Bill Ward (1919-1998).


NOTE

Questo scritto fa parte del mio saggio intitolato “Note di studio (2016)”


1 Ne ho parlato in un mio saggio che analizza il Mondo Nuovo huxleyano: “Il capitalismo impazzito di Aldous Huxley (2015)”, pag. 11.