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mercoledì 25 maggio 2016

L’UTOPIA NEGATIVA DI ZAMJATIN

UN NON LUOGO FUTURO DELL’IRRAZIONALITÀ

di DANILO CARUSO

“L’antipanlogismo di Evgenij Zamjatin” è un mio saggio che conduce un’analisi letteraria sul romanzo “Noi” (1924). Il cammino analitico di questo testo di critica riporta alla radice hegeliana la struttura dello Stato distopico zamjatiniano, che d’altro canto è trasposizione antiutopica della giovanissima URSS. Le componenti filosofiche provenienti da Hegel e  Marx accompagnano l’interpretazione di quella società negativa e la comprensione della sua genesi ideologica. Tutto il percorso segue la linea tematica del panlogismo collegata all’ideale evolversi dello Stato etico. Le personali vicende dei protagonisti sono inquadrate, e lette, nel significativo quadro concettuale voluto da Zamjatin – un difensore della libertà – nella creazione di uno tra i più pregevoli prodotti della letteratura mondiale: un capolavoro che offre un monito per il futuro dell’umanità. In questo scritto riporto una riduzione del mio lavoro, una riduzione più imperniata sulla trama del romanzo zamjatiniano che non sugli aspetti analitici portanti del mio saggio, in relazione a cui peraltro non mancano cenni (i quali il lettore più interessato potrà approfondire attraverso la diretta e integrale lettura del mio studio pubblicato nel 2015). Nell’opera di Zamjatin, dopo una fase dialettica di guerra durata due secoli, tra i fautori dell’industrializzato inurbamento umano e i nostalgici del tradizionale sistema sociale (basato sull’agricoltura), la quale provocò la scomparsa di gran parte dell’umanità, nacque lo «Stato Unico». Il pianeta Terra è stato ridotto dentro il suo solo governo, il quale garantisce la (presunta) compiutezza nel raggiungimento del benessere ai suoi componenti. Quindi deve essere magnificato nella produzione letteraria da tutti quelli che abbiano capacità di farlo: paragonato da D-503 a un asintoto – retta simbolo di un’avveduta progressione logica provvidenziale – deve attrarre a sé qualsiasi curva (ossia, fuor di metafora, soggetti e contesti non ancora conformatisi su altri pianeti). In tale mondo trovare le soluzioni di esercizi matematici può essere un rilassante passatempo. Le persone sono chiamate «numeri», in giro si cammina in file per quattro. Nelle scuole gli insegnanti sono stati sostituiti da macchine sonore recitanti le lezioni. Ciò che è ragionevole/razionale è portatore di bene. Il grado di felicità di questa società, ritenuto ineguagliabile, merita perciò di essere esportato a tutti, in un cogente obbligo a carico di chi agisce verso tale meta da un lato e dall’altro di chi deve condividerlo (volente o nolente). D-503, nel racconto scaturente dalle sue annotazioni, ci informa che sta lavorando al progetto dell’Integrale – l’astronave che porterà il verbo razionale dello Stato Unico nell’universo – con un grande trasporto d’animo, infondendo sé in un oggetto da consegnare in mano statale. Egli tesse  un elogio del taylorismo, la teoria sulla produzione industriale che suggerisce nella scomposizione delle mansioni del processo un espediente mirante a velocizzarlo e a renderlo più fecondo: la catena settoriale lavorativa però fa perdere professionalità al lavoratore che, intrappolato in una specifica e singola fase, smarrisce altresì la percezione dell’intero ciclo produttivo. Lo stesso D-503 non mancherà di osservare nella 15a annotazione che, così facendo, tra macchinario e lavoratore scompaiono le differenze (reificazione della persona). Nella nota 5a viene affrontato il tema del trattamento della libido da parte dello Stato Unico. D-503 ricorda che sono le pulsioni libidiche a condizionare il corso della vita, e che pertanto al fine di un controllo razionale su di essa è necessario che queste siano tenute in pugno. L’approvvigionamento alimentare non è più un problema, né tanto meno la pulsione erotica. Una «Lex sexualis» infatti garantisce una forma di desublimazione repressiva marcusiana: ogni individuo è libero di richiedere i partners sessuali desiderati, i quali gli vengono offerti rispettando un formale calendario di incontri pianificato a monte da un apposito ufficio pubblico sulla base di un esame ormonale che stabilisce la misura dell’esigenza. Al principio della 2a nota D-503 fa presente il rischio per la riflessione razionale proveniente dalla contemplazione della natura, tuttavia non può fare a meno di essa, benché si meravigli dell’ingenuità della poesia antica. Nella partecipazione alla marcia/passeggiata descritta in detta 2a annotazione di D-503, il protagonista cattura l’attenzione di I-330, la protagonista femminile del romanzo. La conversazione con lei lo colpisce perché ella coglie l’analogia, di una sua precedente riflessione, fra passato e presente: gli esseri umani non sono dissimili in linea diacronica. Al rammarico di I-330 a causa di questa verità, D-503 replica con un sussulto di fanatismo scientista sulle capacità di miglioramento per l’uomo fornite dal progresso: la reazione di chi vuol apparire razionalista allorché I-330 introduceva – cosa di cui lui si rende conto, alla conclusione del dialogo, ricevuta da lei una richiesta di rivedersi – un elemento, non razionale, di disordine nella sua mente. Gli esseri umani dell’epoca di D-503 vivono al di qua del «Muro verde»: le vicende della civiltà terrestre sottolinea lui sono state caratterizzate da un transitare verso stili di vita sempre più stabili sul territorio con la sparizione del nomadismo. La vita di questa società è scandita dai ritmi indicati da una precisa normativa delle ore, un piano per le attività quotidiane il quale sincronizza tutti i suoi appartenenti verso lo stesso comportamento, con l’eccezione di due soli buchi di autonomia (un’ora pomeridiana e una serale). D-503 dice esplicitamente di sentirsi un momento di un ente superiore. A lui sembra assurdo un genere di vita molto libero simile a quello passato, che non aveva un’etica impostata matematicamente, in cui la verifica della bontà non fosse il risultato di qualcosa equiparabile a un’operazione di calcolo. Un genere che lasciava troppa libertà al caso e non pianificava il dettaglio in modo universale. La felicità è paragonata da lui, nella 5a annotazione, a un rapporto frazionario: gioia/invidia; se l’invidia è 0, il risultato è ∞. Il poeta R-13 stima, senza entusiasmo, gli esseri umani nel suo mondo una «gioiosa media aritmetica». I bambini, che una volta erano «proprietà privata», adesso non hanno più una primaria posizione di partenza, nella crescita personale inquadrata all’interno di un ambiente familiare, ritenuto pericoloso per l’omogeneità sociale. I sogni inoltre, con il loro corredo simbolico inconscio tendente a sfuggire alla razionalizzazione, sono giudicati una patologia della psiche. All’esecuzione musicale di I-330 nell’auditorium (v. nota 4a), tenuta allo scopo di dimostrare l’arretratezza e l’inciviltà delle società precedenti, D-503 è colpito da uno straniamento di fronte a quell’indottrinamento dello Stato Unico. Nel contesto della 9a annotazione D-503 definisce il bello quel che è «razionale e utile». Egli dipinge alla fine della nota 5a la sua società informata dalla nitida operatività logica, la quale ha un potere purificatorio sulla realtà che impronta: la qualifica un «potere divino» che tutti dovrebbero assecondare appieno. Tuttavia, sebbene gli imprevisti siano studiati in anticipo e tenuti preventivamente in considerazione, non tutto fila liscio secondo ragione: lo stesso D-503 nella sua riflessione avverte un quid di incertezza. L’inquisizione della Ragione nello Stato Unico è rappresentata dall’«Ufficio dei Guardiani». Ogni cosa deve essere pianificata, e le due ore di libertà quotidiana sono viste da D-503 di mal occhio. D-503 rifiuta la vecchia società in cui la fantasia e i fattori occasionali erano importanti e a volte decisivi, predilige questo nuovo mondo in cui si può volgere (quasi) tutto in termini matematici, il che è simile a riportare la realtà sugli assi cartesiani, razionalizzata in una funzione di cui si possono conoscere tranquillamente le coordinate di ogni punto: mentre i punti della vecchia società generavano una linea in buona parte imprevedibile (risultato di una logica libera e fantasiosa aperta a sviluppi casuali non prestabiliti a priori: si vedano le sue parole alla conclusione della 25a annotazione in occasione della protesta contro il Benefattore). Nello Stato Unico – specchio del fondamentalismo della Ragione – fumo e bevande alcoliche sono proibite. Inoltre non esiste segreto di corrispondenza: le lettere sono prima esaminate dall’Ufficio dei Guardiani, e poi giungono al destinatario. Anche le conversazioni in spazi pubblici vengono sottoposte al controllo dei Guardiani, dopo essere state registrate. Tutte le costruzioni di tale società descritta da Zamjatin (abitazioni, mobilio, etc.) sono fatte di materiale trasparente, non esiste nessuna privacy se non per gli appuntamenti sessuali, durante i quali si può schermare la propria casa dagli sguardi altrui. Quest’ultima circostanza di mancata trasparenza pare a D-503 una causa del superato atomismo sociale. Egli spiega che in rapporto all’uomo la facoltà di compiere un illecito è legata alla sua libertà personale, quindi privato della libertà l’individuo è razionalizzato dalla categoria superiore (l’entità statale): egli agirà allora assecondando il meglio in questa nuova libertà che – si presume – lo trovi compiaciuto; per lui una libertà sui generis, qualcosa che si avvicina di più a un destino di elezione, una predestinazione. Nella nota 20a D-503 valuta la punizione inflitta dalla giustizia statale un «diritto», e nella 22a dice che il colpevole «non era più un numero, era solo una creatura umana, che esisteva solamente come sostanza metafisica di un’offesa rivolta allo Stato Unico». Nella 11a nota dice che tra una conoscenza che si ritiene infallibile e un sentimento di fede non esiste differenza. Lo Stato Unico porta sino in fondo qualcosa che sembra una nevrosi – piuttosto che una saggia ragione – e converte la disciplina della razionalità in una lucreziana nefasta religio. La felicità matematica è un’illusione postulata a chiare lettere da D-503 per esempio in due passaggi nelle note 20a e 22a. D-503 equipara nella 20a annotazione la giustizia praticata dallo Stato Unico a quella della Chiesa cattolica: la persecuzione e la repressione di eretici e apostati, antichi e moderni, è una necessità etica matematica. Nella 22a nota menzionerà i Cristiani: precursori imperfetti dell’etica statale, la quale vede nell’individualità non subordinata un male e nella collettività il positivo dell’aggregato sociale. Ancor prima aveva riconosciuto che l’esecuzione capitale nella sua società si colora di un tono religioso – alla vecchia maniera – quando questa appare un rito espiatorio e catartico (e non è da trascurare la presenza del benefattore in persona col suo atteggiamento solenne di «pontefice»). Inoltre nell’opera zamjatiniana l’educazione civica è qualificata un razionale catechismo giuridico. L’inizio della 9a annotazione rievoca la linea di pensiero filosofico (totalitario) che da Rousseau culmina in Marx attraverso l’idealismo tedesco: 1) compare il marxiano rifiuto di un Dio (cristiano) trascendente, rifiuto 2) che sfruttando il significato della tappa fenomenologica hegeliana della “coscienza infelice”, respinge l’amore agapico (in fin dei conti la religione in Marx è droga nei confronti della moltitudine) 3) per inchinarsi a adorare l’entità statale (per Hegel la più alta manifestazione storico-sociale: Dio-nel-mondo); quello Stato Unico prodotto dello Spirito e adorato nella liturgia razionale in cui si trasforma la propria vita commemorante così il primato guadagnato dalla rousseauiana “volontà generale” nell’ultima, menzionata in precedenza, guerra. Ognuno deve adeguarsi al cammino indicato dalla benefica ragione, offrendo sé in una riformata e concettualizzata agàpe a favore della collettività nello spontaneo olocausto del valore della persona allo Stato Unico (tutti per l’unità, dunque; l’unità per le parti è principio poco idealistico). Nella 8a annotazione viene riportato il dibattito fra il poeta R-13 e il matematico D-503: il primo osserva che la scienza è un tentativo poco nobile di catturare l’Assoluto; il secondo replica che il limite (e quindi la mediazione) costituisce la base su cui si muove la coscienza (e pertanto la conoscenza). Entrambi si avvalgono della metafora del «muro»: il che gioca a vantaggio del poeta R-13 che vuol dar dignità a un contenuto della coscienza non esclusivamente concettuale, non razionale, che poco prima viene simboleggiato nell’incipiente contrasto interiore di D-503 dall’irrazionalità di √ ̅-̅1̅ . L’immagine del muro per D-503 è quella del già citato Muro verde che esclude il disordine naturale. Di R-13 è rilevante nella 11a nota l’esposizione, tenuta a D-503, del contenuto di un poema che lui scriverà in onore dell’astronave Integrale. Contenuto che non fa altro che riproporre la concezione dell’evoluzione storica di Fichte (presentata ne “I fondamentali tratti caratteristici dell’età presente”): in una rousseauiana condizione edenica gli esseri umani (Adamo ed Eva) vivevano felici, a guisa di anime belle, un istintivo rapporto di libertà con la razionalità (il cui progressivo e infinito incedere di governo sull’universo è senza deroga); l’equilibrio felicità/libertà/Ragione, tenuto in piedi dalla spontaneità (istinto), si spezza all’atto del peccato, che fa perdere lo status primordiale di purezza (la scelta della libertà diminuisce il grado di felicità poiché altera la razionalità che si converte in un potere alienato e repressivo); la peccaminosità spinge l’umanità a rivoltarsi contro siffatta Ragione; tuttavia la scienza restituirà agli uomini la giusta dimensione della razionalità soppiantando una libertà nociva alla felicità. Così R-13 giunge alla magnificazione dello Stato Unico, nuovo paradiso terrestre. Diversa è la posizione di I-330. Quando nella 6a nota ella si comporta con D-503 con atteggiamento conformista, ciò insospettisce egli e lo urta: sentirsi dire che l’amore è «un irragionevole e imprudente spreco di energia umana» anziché compiacerlo – giacché lui da razionalista lo crede – lo fa arrabbiare dentro di sé perché non comprende altri segni espressivi del volto di I-330. Nella 10a annotazione, allorché I-330 sceglie D-503 come partner sessuale, l’anima bella razionalista che operava in lui crolla («angelo caduto» lo appellerà lei – v. la 13a nota – dopo la consumazione di un non autorizzato congresso carnale. All’esordio dell’annotazione successiva D-503 si trova davanti al dilemma di due io personali scaturiti dall’azione che I-330 ha azionato: il represso e il liberato (una statuetta di Buddha si trovava alla Casa antica, luogo del loro primo incontro confidenziale, la quale piangente poi lui turbato la notte sognò). La nota 12a offre un protagonista che vuol riprendersi dal trauma, e che si dichiara avviato a superare lo smarrimento causatogli da questa strana Beatrice (I-330), la quale più che volerlo fuori dell’inferno ce lo vuol far passare di proposito. A tale esperienza dialettica esistenziale egli preferirebbe (?) il suo incantato mondo matematico, che imprigiona l’infinito grazie al concetto di limite nel calcolo differenziale. La 13a annotazione del romanzo riporta una svolta nel percorso di D-503: egli opta in favore della via che porta all’inferno (fuori del paradiso panlogistico). Se D-503 si smarca dal razionalismo panlogistico dello Stato Unico, egli – in quell’ottica – regredisce, e la sua immaginazione si colloca sul piano dell’arte un passo indietro riguardo a quella concettuale interiore pienamente razionale dello Stato Unico, si pone cioè per forma mentis nel periodo successivo alla romantica, nell’arte concettuale interiore inconscia. D-503 ritorna dunque all’era di Zamjatin, e diviene un sovversivo: un malato di immaginazione – la facoltà rappresentativa svincolata dalla percezione obiettiva del reale – la quale ora – nel romanzo – si poteva estirpare grazie a un recentissimo progresso della medicina (scienza che il Benefattore controllava di persona). Dalla nota 14a egli comincia ad agire seguendo principi pratici che non hanno la loro genesi nella sostanza etica dello Stato Unico, ma che si fondano sull’autonomia di giudizio ispirata da un senso del dovere universale. Il problema di salute (mentale) diagnosticatogli da un medico è la comparsa dell’anima (umana): l’essenza dell’uomo. Al principio della 17a annotazione, quando il protagonista del romanzo si reca alla Casa antica in una passeggiata solitaria, di fronte alla natura al di là del Muro verde, è investito dal sentimento del sublime; però al posto di riscoprire del tutto la libertà della sua anima ripiega di nuovo sulle idee del limite e della mediazione. D-503 continua a tradurre freudianamente la sua dialettica interiore ES / SUPER EGO nel sogno (v. inizi delle note 7a e 18a; e avanti nella 21a troverà la cosa persino normale e gradevole). Svegliatosi, dopo aver sognato I-330, si mette a riflettere sulla rappresentabilità delle espressioni matematiche degli enti e sulla rappresentazione di tali enti in dette formulazioni. Rimane molto turbato allorché richiama il dilemma di √ ̅-̅1̅ : qualcosa del genere è l’indicazione di un dato matematico che non si può cogliere in modo razionale, è un concetto di un quid sfuggente alla dimensione teoretica, il quale tuttavia è dato. Il suo oggetto è oltre la capacità di rappresentazione dell’intelletto. D-503 si accorge del mondo noumenico, cui √ ̅-̅1̅  rimanda, e collega il suo male – la comparsa dell’anima – a esso (passa dal teoretico limitato al più agibile pratico): comincia a pensare autonomamente, vale a dire su un piano di possibilità non dettate dalla sostanza etica statale la quale determina in maniera prescrittiva. È ancora un sentimento del sublime, quello noumenico contenuto in √ ̅-̅1̅ , a spronarlo, a scuoterlo dal suo inquadramento logico-matematico. In questa fase del romanzo D-503 è molto confuso: intravede un orizzonte nuovo dischiuso dal ridurre la desublimazione repressiva con I-330, e tuttavia desidera (?) ritornare alla sua cosiddetta normalità. Verso la fine della nota egli si abbandona a una vaga visione della sera la quale è il preludio alla notizia che l’innamorata afflitta O-90, sentendosi tradita, non lo chiederà in futuro come partner sessuale. A un incontro con O-90 (v. 19a annotazione), la quale voleva un figlio da D-503 (e che gli strappa una non autorizzata gravidanza, punibile con la morte), fa seguito da parte del protagonista un rituale – stavolta alquanto solenne – proclama di rientro nella normalità razionale. Nel testo zamjatianiano D-503 giudica la «pietà» grottesca e patrimonio di culture non regolate dalla matematica, e il diritto migliore quello basato sul «potere» del soggetto etico più forte (lo Stato). Nella nota 21a egli mostrerà il suo assenso all’affermazione in base a cui «la forma più difficile e sublime dell’amore è la crudeltà». Il colpo di scena della 22a annotazione, quando D-503 si stacca dal gruppo di passeggio pubblico temendo che fosse I-330 la persona indirizzatasi a protestare contro un drappello di guardie le quali conducevano dei prigionieri è testimonianza del suo altalenante equilibrio. Egli si preoccupa che I-330 possa essere in pericolo, e si muove d’impulso. D-503 ha per lei un interesse di non esclusivo stampo sessuale, e la cosa è reciproca. Il loro love affair si distacca dal comunitario postribolo reso possibile dallo Stato Unico. Lui ha incontrato una compagnia di interlocuzione esistenziale e sentimentale, squalificata dalle possibilità di vita ammesse. I-330 porta D-503 fuori della desublimazione repressiva, e questo è realizzabile soltanto avendo coscienza di sé. Nella 24a annotazione D-503 cerca di ricondurre una sua esperienza estatica dentro parametri di stretta razionalità, che dapprima assenti gli sembrano poi inefficaci: quel suo tendere verso I-330 adesso gli mostra dunque la prospettiva di fondo, che è l’autodistruzione cui parrebbe spingerlo l’eros, tuttavia lui non rifiuta questa tensione. D-503 non ha raggiunto una via d’equilibrio. Oscilla tra due estremi nel campo esistenziale. La seconda parte (serale) di questa nota 24a cambia argomento e ci introduce a un evento dello Stato Unico: la «Giornata dell’Unanimità». Nuovamente, parlando di aspetti della sua società, D-503 fa paragoni di natura religiosa, e accosta tale manifestazione (festa razionale) alla «Pasqua». Si tratta del giorno in cui la massa, la quale egli ulteriormente paragona al concetto evangelico di «Chiesa», in un rito politico plebiscitario, scontato, previsto dalla Ragione, dà al Benefattore un potere assoluto. Perciò tradurrei i termini del testo di Zamjatin corrispondenti all’espressione volta di solito da traduttori italiani e stranieri con «Giornata dell’Unanimità» volgendoli con «Giorno della volontà generale», facendo esplicito richiamo al pensiero rousseauiano e riallacciandomi a quanto ho detto in precedenza riguardo al filo che va da Rousseau a Marx e che giunge fino allo Stato Unico zamjatiniano. D-503 scredita alla radice il significato di libere e plurali elezioni democratiche: il voto cantado è garanzia di omogeneità della volontà generale. Nel Giorno della volontà generale (v. 25a annotazione) egli prosegue nel solco delle similitudini religiose: il Benefattore, che presiede l’evento, scende dal cielo, accomunato ora al Dio veterotestamentario. Nello spazio di là del Muro Verde ha luogo la riunione, cui partecipa D-503 portatovi da I-330, dei dissenzienti carbonari della città e dei Mefi (i quasi ignoti sopravvissuti del bicentenario conflitto vinto dalla società urbanizzata, emarginati e nascosti, i quali abitavano in quella zona extraurbana). Attraverso una porta, che a D-503 parrebbe infernale, grazie a I-330 entra in contatto diretto con la Natura libera. È dunque lecito definire i Mefi, a cui I-330 appartiene, “pagani”, cioè abitanti di centri non urbanizzati e persone non legate alla tradizione di pensiero giudaico-cristiana, la quale diede vita alla Chiesa cattolica, madre del totalitarismo occidentale (come sostenuto da Simone Weil): lo Stato fondamentalista zamjatiniano, quantunque laico, ha radici religiose (del resto in Hegel la filosofia e la religione proclamavano l’identica cosa: il primato totalitario dell’Assoluto). Esso è lo Stato pontificio della ragione. Fra le suggestioni fondanti lo Stato Unico rientrano le dottrine del cosmismo sovietico il quale innalzava il marxismo al rango di infallibile religione scientifica che sarebbe dovuta essere in grado, col tempo richiesto dagli studi, di resuscitare i morti, dare agli uomini l’immortalità, esplorare l’universo al fine di trovare aree per l’insediamento umano. La 30a annotazione riporta il dialogo tra I-330 e D-503 in cui lei muove la sensata obiezione alla credenza che la dialettica storica possa arrestarsi in modo naturale a uno stadio uniformante i termini antitetici in una sintesi paradisiaca. La discussione verte sul tema della rivolta contro lo Stato Unico, il quale D-503 pretenderebbe essere quell’ultimo livello di paradiso. Però I-330 replica di nuovo che la vita è confronto, è azione. Accettati i termini del complotto per impossessarsi dell’Integrale, egli, tornando indietro dalla Casa Antica, si immerge, nelle conclusive righe di detta nota, in pensieri amletici nell’indecisione se farsi trasportare dagli eventi o se intervenire spontaneamente. L’annotazione successiva continua l’altalena del suo animo; e alla fine, malgrado si fosse voluto sottoporre all’intervento medico mirante a estirpare l’immaginazione, per amore di I-330 decide di continuare a dare il contributo da lei richiesto nella lotta contro il regime assoluto della Ragione. E nell’ulteriore successiva nota 32a, quando vede O-90, decide di aiutarla nella sua gravidanza (la farà portare da I-330 nella terra dei Mefi). D-503, dopo la scoperta della congiura e il fallimento del colpo di mano, nella 36a annotazione narra del suo faccia a faccia col Benefattore, il quale l’ha convocato. Nel finale del romanzo l’animo travagliato di D-503, che in precedenza avrebbe voluto uccidere chi ha fatto la spia (v. nota 35a), e ricongiungersi con I-330 (v. nota 37a), è adesso in preda al dubbio – infusogli dal Benefattore – se I-330 si sia servita di lui a scopi sovversivi. Un che di tragico, avvolgente tutta la storia di D-503 e I-330, si coglie nella 39a annotazione, la quale racconta di un loro incontro: non è colpa di nessuno dei due il fatto che il love affair finirà male per via dell’imprevisto disguido (del tradimento) e dei reciproci fraintendimenti. La morale distopica di “Noi” tocca l’anticamera dell’apice alla fine della 39a annotazione, allorché D-503, in preda allo sconforto provocatogli dal crollo di ogni sua sicurezza matematica, si imbatte in un alter Hegel il quale gli spiega che il “cattivo” infinito non esiste, che il cosmo è “finito”, e chiuso dentro una logica scientifica. Entrambi, D-503 e l’alter Hegel, subiranno l’inibizione medica dell’immaginazione. I-330 viene infine, alla distaccata fredda presenza di D-503, rinato dall’acqua dello Stato unico e dallo spirito della Ragione, torturata e destinata alla condanna capitale (con gli altri rivoltosi): tantum malorum potuit suadere ratio.