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giovedì 27 ottobre 2016

ALLEGORIA EROTICA ED ESCATOLOGIA POETICA IN ANNE SEXTON

di DANILO CARUSO

“Two hands” è una bella poesia di Anne Sexton (1928-1974), poetessa confessionale, nella quale l’autrice, che fu amica di Silvia Plath1, sviluppa attraverso un talentuoso uso di tecniche retoriche una profonda immagine dell’eros, come si può leggere nella mia traduzione seguente del testo sextoniano.


Due mani

1   Dal mare uscì una mano,
     ignara come una moneta da un centesimo,
     agitata per via del sale di sua madre,
     muta a causa del silenzio dei pesci,
5   rapida grazie agli altari delle maree,
     e Dio si allungò fuori della Sua bocca
     e la chiamò uomo.
     Emerse l’altra mano
     e Dio la chiamò donna.
10  Le mani applaudirono.
     E questo non era peccato.
     Era come si era programmato.

     Io le vedo erranti per le strade:
     Levi che si lagna del suo materasso,
15  Sara che studia uno scarabeo,
     Mandrake che tiene la sua tazza di caffè,
     Sally che suona il tamburo a una partita di football,
     John che chiude gli occhi della donna morente,
     e alcuni che sono in prigione,
20  anche la prigione dei loro corpi,
     come Cristo era imprigionato nel Suo corpo
     finché giunse il trionfo.

     Srotolate, mani,
     voi i tessuti di angelo,
25  srotolateli a mo’ di spirale di un pupazzetto [legato a un elastico; n.d.r.],
     fate conca [con le mani; n.d.r.] insieme e riempitevi voi stesse
     e applaudite, mondo,
28  applaudite.


La lirica adopera una metonimia, quella della mano («hand») allo scopo di indicare l’essere umano (maschio e femmina). La cosa che mi ha particolarmente colpito è la, non so quanto consapevole, aderenza alla lettera veterotestamentaria della cosmogonia e dell’antropogonia all’esordio in Genesi. Poiché ho analizzato questi brani biblici, che risultano spunti al genio poetico della poetessa americana, nella versione originaria, posso affermare che la prima strofa di “Two hands” ha un felice esito di resa poetica. In relazione all’“uomo” e alla “donna”, le due mani (che danno il titolo), appare una dimensione di antropogonia androginica giacché tali due metonimie rievocano un corpo unitario, quello dell’Adamo androgino in seguito alla cui scissione nacque Eva2. Il «mare (sea)» del primo verso ha, dal canto suo, pari richiamo cosmogonico veterotestamentario. Esso è l’acqua del Tanak da cui Dio trae fuori, attraverso il caos, l’universo intero. Questa prospettiva apre altresì un’ermeneutica psicologica. Il «mare», l’acqua, sono immagini della Grande madre junghiana, così come le due mani rappresentano altri due concetti archetipici, quelli di “animus” e di “anima”. Anne Sexton coglie lo spirito del profondo in rapporto alla simbologia metonimica adottata, collegata gli archetipi junghiani citati. Siffatta operazione della poetessa è forse non del tutto cosciente. Mi pare uno di quei casi dove la divina mania (inconscio collettivo) si offre al talento dell’artista rapito nel gesto creativo. La lirica in esame, pubblicata, dopo il suicidio dell’autrice, nella raccolta del 1975 intitolata “The awful rowing toward God (La terribile seconda navigazione verso Dio)”, potrebbe rimanere intrappolata in una superficiale ermeneutica dello spirito del suo tempo. Il testo in realtà esprime molto di più. Ruota attorno all’archetipo androginico e a quelli anima/animus. La facciata marcusiano-freudiana non deve farci arenare sulla superficie dello spirito del tempo, che è pur sempre “verità”, tuttavia parziale. Un’ermeneutica che va oltre la scorza ci conduce dalla libido freudiana a quella junghiana, e alla possibilità di cogliere profondità di significati meno espliciti nell’interpretazione simbolica. Cosicché nel Dio del v. 6 ritroviamo il principio determinante (maschile) del Tanak, poi assunto dalla filosofia platonica e neoplatonica. L’allegoria del congresso carnale espressa dal v. 10 («The hands applauded») ha molteplici richiami specialmente se connessa ai successivi due versi. La teleologia del ricongiungimento è programmatica (si veda il v. 12) nell’Ebraismo e nel “Simposio” di Platone, perciò «questo non era peccato [this was no sin]». Se la prima strofa di “Two hands” ha una cornice e un orizzonte veterotestamentari, la seconda vuol essere, paragonata alla suddetta, una sorta di Nuovo Testamento rivendicante la liberazione da qualsiasi «prigione [prison]» per risorgere a guisa del Cristo rievocato nei vv. 21-22. La strofa conclusiva ha colore apocalittico: le immagini del rotolo, dello srotolare, caricano tali finali versi di un tono escatologico, dove l’applaudire (allegoria erotica) rovescia il lato della medaglia freudiano alla volta di quello junghiano. La libido è il motore del mondo, però non è una bestiale forza, reprimenda da timorose istituzioni: nevrotici a caccia di animali. Tutti questi non rientrano nell’autentica categoria di essere umano. Questo è il “profondo” del messaggio sextoniano in “Two hands”. Se volessimo catturare questo senso in poche parole e in un’immagine fissa potremmo dire con Frida Kahlo3: VIVA LA VIDA.



Note

giovedì 13 ottobre 2016

IL GIOCO CAPITALISTA DEGLI ELOHIYM FALSI E BUGIARDI

di DANILO CARUSO

Karl Marx ha il grande merito di aver analizzato il sistema capitalistico di produzione e la società che lo esprime, nel modo più consono all’oggetto d’analisi. Egli ha sondato il campo con un occhio omogeneo alla materia, poiché ha applicato la medesima forma mentis operante nel capitalismo. La cosa è complicata a proposito della testa del pensatore di Treviri. Non posso sbilanciarmi sulle sue misure di consapevolezza. La certezza, secondo il mio modo di vedere, è che la formula sociale capitalista e il marxismo analitico hanno una comune radice nel lontano Ebraismo antico. L’attivismo-volontarismo giudaico attraverso il Cristianesimo (soprattutto protestante) giunse a gettare le basi da un lato (Calvinismo inglese) del capitalismo odierno, e dall’altro (Luteranesimo tedesco) di una tradizione volontaristica germanica, entrambe di connotazione irrazionale. Si tratta di due canali sorti da identica sorgente, entrati in conflitto a causa del più intenso tentativo di sopraffazione del secondo a partire dall’Ottocento. Marx è un Tedesco di origine ebraica: ecco il problema su citato della comprensione delle parti di influenze tradite dal pensiero marxiano e della loro coscienza da parte dell’autore. Costui si contrappone al liberal-capitalismo inglese in nome della superiorità di una scienza tedesca. A prescindere da cosa si riferisse, ciò di per sé inserisce Marx a titolo pieno nell’irrazionalismo volontaristico germanico che da Lutero, passando da lui, tocca Nietzsche e Heidegger. Tale corrente contiene nel suo intimo l’attivismo giudaico, cui Lutero ha dato abito tedesco. Adesso, dire quanto l’origine familiare ebraica di Marx incida nella giovanile fermentazione delle sue idee non è facile. Giudico detti due aspetti testé indicati imprescindibili, e a ognuno darei un salomonico 50% di presa. Il primo campione del liberalismo inglese, John Locke, condivide con Karl Marx la centralità conferita al lavoro umano, inserita in un contesto di esso il quale definirei di res extensa (empirismo lockiano e materialismo marxiano). L’autore de “Il capitale” nella sua celeberrima opera, in virtù della sua sintonia analitica col tema che discute, è scientifico. Il filosofo di Treviri, nell’ottica d’esame da me assunta, rielabora l’ontologia veterotestamentaria. Quando Marx parla dell’attività lavorativa dà l’impressione di avere in mente l’agire produttivo del Dio del Tanak. Quest’ultimo non crea ex nihilo (come molti credono in disaccordo col testo biblico originale), trasforma, plasma la materia che si trova davanti uscita dal caos (apertura dell’acqua, imago di Grande madre, da Lui indipendente). L’uomo nella concezione marxiana, il lavoratore, è un trasformatore di una realtà atomica. Nella visione del filosofo di Treviri esiste un lavoro astratto, una prassi scevra di connotazione specialistica (la quale però può determinare d’altro canto l’essere strumento di benessere del prodotto). Il Dio del Tanak nella produzione (non creazione) dell’universo svolge un’azione lavorativa in un arco temporale definito. Nell’Antico Testamento tutto cammina a ridosso di una linea cronologica progressiva; non esiste una prospettiva metafisica, né immortalità di alcunché. Un’attività particolare di Dio è quella dove modella una tselem (immagine, nella fattispecie statua di terra) di Adamo a cui soffia la ruach (spirito) a conclusione del processo artigianale di determinazione di una materia. Adamo, al cui riguardo non mi dilungo a chiarire altre erronee traduzioni che lo riguardano perché non pertinenti1, incorpora nel suo interiore la forza vitale (nel sangue), la nefesh, la forma (l’anima in senso fisiologico aristotelico: anima sensitiva) della vis (o se vogliamo avvicinarci a Marx, di valore). Qua osserviamo un vago e ancestrale quadro della futura reificazione umana nelle varie tipologie di schiavitù. Le cose che ora risaltano meglio sono l’opera lavorativa (propria di un Dio) e il suo svolgersi in una cornice di tempo la quale lo misura. Coincidente con esse è il lavoro astratto in Marx: esso risulta una sorta di cumulazione spinoziana di atti di singoli attori, i quali si riducono alla fine ad accidenti di trasmissione della suddetta forza. Il tempo quantifica il lavoro nell’opera di Dio, produttore di valore d’uso ma altresì di scambio (pretesa di sacrifici, pure umani). Lo studio marxiano consente di dire che IL TEMPO È DENARO. Il monismo attivistico di Marx si ricollega, nel modo visto, al pensiero di Baruch Spinoza, Ebreo apostata, che pesò sulle riflessioni di Hegel, il quale ultimo a sua volta contribuì in maniera, ritengo più di facciata, all’edificazione del sistema marxiano. L’umanità marxiana è una gelatinosa portatrice di prassi, è una quidditas (la quale sostituisce il Dio del Tanak) da cui, mediante cui gli esseri umani nella loro singolare esistenza fisiologica (haecceitas) traggono origine. Ne “Il capitale” è scritto che quando «vien meno insieme al carattere di utilità dei prodotti del lavoro anche il carattere di utilità dei lavori in essi rappresentati, vengono meno quindi anche le svariate forme concrete di tale lavori, le quali non si distinguono più, bensì sono tutte ricondotte al medesimo lavoro umano, al lavoro umano astratto. Consideriamo ora il residuo dei prodotti del lavoro. Nulla resta di essi tranne una eguale fantastica oggettività, una pura gelatina di lavoro umano indistinto, cioè di dispendio di forza lavorativa umana senza badare alla forma del suo dispendio. Queste cose non stanno ormai che a rappresentare il fatto che nella produzione è stata spesa forza di lavoro umano, vi è accumulato lavoro umano. E in quanto sono cristalli di questa sostanza sociale a loro comune, esse sono valori, valori di merci. […] Forza lavorativa umana allo stato fluido, cioè lavoro umano, produce valore, ma non è il valore. Diviene valore allo stato gelatinoso nella forma oggettiva. […] Il valore di una merce […] è […] gelatina di lavoro umano indifferenziato». Lo schema antropogonico veterotestamentario ritorna. Non è un’isolata tangenza in direzione del Tanak, tra quelle che è possibile evidenziare nei riguardi di Marx e del capitalismo. Se per l’autore de “Il capitale” l’umanità rimpiazza il Dio veterotestamentario, l’apparato capitalista mantiene tale ruolo distaccato da una relazione di omogeneità con la haecceitas. Nella lezione weberiana i borghesi liberal-capitalisti protestanti calvinisti cercano attraverso il loro attivismo nevrotico il segno esperibile nel successo imprenditoriale di una predilezione divina anticamera di salvezza. Da ciò si sviluppa l’epifania capitalistica esaminata da Marx. Al di sotto della lettura cristiana a 360°, weberiana e protestante, soggiacciono suggestioni circoscrivibili al solo Tanak. L’attivismo-volontarismo ebraico fornisce un modello originario nelle vicende di Giacobbe, il quale cerca di imporsi (con successo) su tutti (uomini e Dio). Il risiedere della felicità, in concezioni del genere, nella proprietà di beni tangibili, non lo dimostra soltanto l’esempio di Giacobbe, ma inoltre quello di Giobbe: il Dio giudaicocristiano premia i suoi prediletti gratificandoli grazie alla ricchezza materiale. Nel sistema capitalistico i capitani d’impresa prendono il posto, a seconda di come si voglia vedere la faccenda, o di Dio o di una casta di sacerdoti. Resta assodato che ad avvalorare le merci è il lavoro astratto in qualità di attore universale, accade però che sia nel capitalismo che nel marxismo il lavoratore concreto viene squalificato nella sua umanità. Marx è materialista; il lavoro astratto, la prassi è il vero soggetto della sua filosofia, manca una visione spiritualista: l’esistenza individuale non è un momento di una dialettica dove c’è una parte egemonica sopra una parte passiva della realtà (tale criterio è diffuso nella mentalità semitica: pensiamo allo stoicismo di Zenone di Cizio). Stessa impostazione d’approccio al tema sostiene l’orientamento liberal-capitalistico. Gli imprenditori sono paragonabili a degli Elohiym (pluralità di dei veterotestamentari) o ai loro sacerdoti, in conflitto. Al fine di cogliere l’idea ricordiamo il confronto del profeta Elia con i profeti di Baal. Un imprenditore nella circostanza in cui fosse esaltato si sente un Dio/Elia: c’è un Elohiym (termine al singolare) il quale deve trionfare. Qui l’esame si riallaccia alla dimensione della temporalità messa in evidenza da Marx circa il lavoro astratto. Nella maniera esposta sopra il cosmo ebraico è una realtà spaziotemporale, dove non esistono soggetti immortali. In virtù di ciò la vera ricchezza è un lungo tempo di benessere. Ritroviamo la radice di un mito capitalistico mediato dalla nevrosi calvinista (Weber), ma pure il fatto che la misura della ricchezza, del valore, è il tempo (sotto il profilo formale), e questo dal canto suo ci restituisce l’idea marxiane sulla forma di valore che riconduce al lavoro astratto e al tempo. In Marx e nel capitalismo IL TEMPO È DENARO, è la dimensione fisica di produzione del valore. Siamo ora in grado di comprendere ribaltando le posizioni soggetto-predicato il meccanismo inconscio del capitalista: IL DENARO È TEMPO. L’accumulo di ricchezze in termini di denaro ha una sua logica nevrotica: il capitalista non assomma un monte di soldi, accumula quote di vita per allungare la sua in quanto Elohiym o da offrire in olocausto in veste di sacerdote (l’attribuzione di una di simili due maschere dipende dal grado di delirio). Marx ha ben scoperto un vampiro (la vita, la nefesh, risiede nel sangue), tuttavia non ha tematizzato le dinamiche intraviste da un’angolatura psicologica: la sua orbita materialistica non glielo consentiva. È questo il suo limite strutturale: analizza, sì, bene le cose però i suoi strumenti sono omologhi al problema e non gli consentono di uscirne fuori bene. Era necessario un salto di qualità al lui impossibile nei panni di pensatore materialista presocratico che concepisce l’universo nel limite fisiologico dei filosofi ionici. La physis di Marx mostra da un lato l’attività lavorativa astratta la quale si puntualizza in operatori (accidenti di questa superficie superiore del reale che è l’umanità indistinta), dall’altro un clinamen atomico inferiore di sottofondo. Siffatta monade, un po’ spinoziana, alquanto semitica, è il Dio-umanità nevrosi dell’autore de “Il capitale”, il quale osserva da un punto di vista diverso da quello liberal-capitalista il medesimo attivismo-volontarismo su una res extensa (chora e atomi). Il filosofo di Treviri contiene germi freudiani, giacché se interpretiamo l’impulso attivistico in senso psicologico, secondo un piano che rimane positivistico, otteniamo la libido teorizzata da Freud. Peccato Marx non abbia avuto la forza intellettuale di una seconda navigazione, e rimanga prigioniero sotto il cielo della physis. Egli ha capito tutto del capitalismo, il suo esame obiettivo è però rimasto sul campo della res extensa, non è generalizzabile nei confronti di ciò che capitalismo non è. “Il capitale” è una spinoziana ethica capitalis ordine geometrico demonstrata, dove l’ordo rerum assoggetta l’ordo idearum. Nella storia, ad esempio non esiste lotta di classe in generale come suo asse portante. Nel mondo capitalistico i capitani d’impresa, nell’accumulazione di denaro, succhiano, a guisa di vampiri, vita (tempo) dei loro subalterni dipendenti. Offrono ciò in olocausto al loro Elohiym da cui sperano benefici (lunga vita e benessere) o a se stessi, se il delirio nevrotico è tale da farsi considerare un Dio (come quello del Tanak, il quale esige sacrifici di valore, ossia contenenti la nefesh anche umana). La dicotomia “Abele (intraprendenza, attività non di rendita, impegno con rischio elevato) / Caino (rendita e lavoro in agricoltura)” rappresenta nella sua allegoria il nocciolo della Guerra civile americana, vale a dire dell’evento della momentanea vittoria ideologica in Occidente del capitalismo. Il Dio veterotestamentario premia e predilige i connotati attivistici di Abele. Marx non era uno psicanalista, sorvolò su una possibilità di lettura non più vera della sua, ma più autentica (la quale fa tesoro del suo lavoro). I lavoratori nel capital-marxismo non sono significativi in sé e per sé, sono sempre ingranaggi della macchina produttiva. Il filosofo tedesco rimprovera questo a tanti padroni imprenditori, noi rimproveriamo ciò a Marx nel caso dello Stato socialista (unico padrone e persistente dominus alienante). Antonio Gramsci parla del partito comunista come di un moderno principe machiavellico, trasformatore della realtà storica: il difetto sta sempre nell’imporre all’umanità concreta (composta di interrelazioni) una cappa oppressiva e omologante. Non esisterebbe libertà: una necessità, in fin dei conti irrazionale, dovrebbe guidare il mondo. Marx non ha la luce della razionalità hegeliana, assume una necessità spinoziana (fato stoico). Egli si traveste da profeta estremista, contestatore di chi ha tradito il Dio-umanità (una sorta di Giovanni Battista). Non è affatto disprezzabile la rivendicazione di giustizia sociale, tuttavia quello che c’è dietro il capital-marxismo è roba da mettere sul lettino dello psicologo, non alimento di esagitate, innaturali, disumane riflessioni, proposte, azioni. Non si può distruggere la Civiltà occidentale allo scopo di risolvere i suoi mali. Una casta teocratico-sacerdotale e una di profeti (Marx ne è capostipite in un Nuovo Testamento socialistico scientifico) emergono nella proposta marxista di risoluzione della questione sociale. Anche qua la cosa non è disprezzabile nella sua forma alfieriana: discriminanti nella determinazione di bontà di un comportamento sono però le sostanze di cui si informa. Rimediare a un male con miglioramenti per poi passare a un peggioramento superiore al male di partenza non è buon acquisto, né un parto di sana ragione. I lavoratori sono nello Stato socialista e in quello liberale (senza vincoli adeguati) pezzi di una scacchiera: buttarla in aria e proclamare “scacco matto” è una proposta insensata. Gli uomini sono legati fra loro da un logos in maniera singolare immanente, l’ulteriore insieme di collegamento intersoggettivo ha lì la sua base. Esiste un inconscio collettivo junghiano, non una ragione universale autonoma hegeliana, vera realtà di cui il resto è dispiegamento a tappe. Queste figure o figurazioni sono figlie dell’intersoggettività. In tal senso, Marx ha preso Hegel e Spinoza riportandoli alla Ionia di Anassimandro ed Eraclito. Il materialismo atomistico rende degno l’autore de “Il capitale” dello spirito positivistico ottocentesco, e la filosofia ellenistica epicurea gli consente di fare un piccolo salto in avanti: di piacere (libido), soddisfazione di bisogni discuterà Freud. Il valore d’uso guarda alla soddisfazione di un bisogno. Il lavoratore è una macchina particolare. Un aggregato atomico informato dalla nefesh fisiologica, equivalente allo schiavo aristotelico giudicato privo di anima razionale: il capitano d’impresa o il partito comunista pensano in suo luogo poiché costui non è all’altezza. Il Tanak non condanna la schiavitù. L’essere servo di un padrone capitalista appare destino di subordinazione a un eletto da Dio (la storia di Israele è altresì storia di imprese belliche). Lo schiavo aristotelico collocato nella res extensa capitalistica è un animale che cartesianamente si tramuta in macchina animata: siffatto è, o ritenuto se ci fossero casi d’eccezione, il lavoratore al servizio del capitale. Pertanto gli investimenti di capitale variabile e costante non fanno differenza ontologica: si comprano macchine moventi altre macchine e materie. Ecco la reificazione del lavoratore. Se poi vogliamo vedere l’argomento con lo sguardo di Freud possiamo parlare di sfruttamento della prostituzione. Il capitalista acquisisce libido deviata mirando alla sua soddisfazione mediante l’affitto di corpi. Quote di tempo-libido vengono sacrificate da (complemento di origine, non d’agente) quell’ente che le possiede al fine di produrre idoli (compare il carattere marxiano della merce come feticcio). La merce è al pari di un’ostia consacrata. Il filosofo di Treviri lo afferma a chiare lettere argomentando della forma relativa di valore (l’exemplum lega una certa quantità di tela e un abito): «La forma di abito dunque, nel rapporto di valore in cui l’abito è equivalente della tela, conta come forma di valore. Il valore della merce tela è allora espresso nel corpo della merce abito, il valore di una merce è espresso nel valore d’uso dell’altra merce. Come valore d’uso la tela è un oggetto sensibile e diverso dall’abito, come valore è “uguale ad abito”, perciò ha aspetto di abito. In tal maniera assume una forma di valore diversa dalla sua forma naturale. Il suo essere valore si manifesta nella sua uguaglianza con l’abito, come la natura pecorina del cristiano nella sua uguaglianza con l’agnello divino». Egli, nel distinguere tra valore d’uso e valore di scambio delle merci, rielabora la dottrina della consustanziazione eucaristica di Lutero («I due fattori della merce»): simile prospettiva ci ricongiunge alle anteriori radici concettuali giudaiche e pure alla cornice weberiana protestante. L’idolo-merce ha reale valore nello scambio sennò il gioco non sarebbe valido, e siamo in linea con Marx. L’imprenditore vende l’idolo di sé o del Dio in qualità di feticcio (valore di scambio) per ottenere denaro (sangue, vita, tempo). Se l’idolo non contenesse il frutto del lavoro astratto non avrebbe quel valore cui la nevrosi mira. Il lavoro salariato è olocausto che trasferisce la nefesh al prodotto idolo, cosicché questo diventa magico. I proventi della sua vendita sono denaro, il quale quel potere magico rileva nell’accumulo di capitale. Il mercato capitalistico è un grande gioco nevrotico di società: il gioco degli Elohiym in guerra inter se (personalmente o per mezzo di loro rappresentanti sacerdotali). Vince il vampiro più abile. Comunque, non tutti i concorrenti sono ascrivibili a suddetta categoria di vampirismo, e fra chi vi è incluso non ciascuno si comporta in modo esagerato. Non mancano filantropi tra gli imprenditori che considerano l’umanità un fine in sé e non un ingrediente di magia. La vendita procura piacere dal feticcio (valore di scambio, soddisfazione libidica dalla prostituzione) all’imprenditore celebrante un’apoteosi nel ciclo produttivo: olocausto del lavoratore che produce idoli la cui vendita fa ottenere il tempo-vita-denaro-nevrotico-simbolico. In effetti chi ha denaro può disporre di trattamenti migliori i quali possono allungare la vita. Lunga e prospera esistenza concede il Dio veterotestamentario (anch’Egli non immortale) ai suoi fedeli. Marx trova ingiuste le sperequazioni, e nessuno può muovergli appunti a tal riguardo: i vampiri sono nemici dell’umanità. «Il capitalista è capitale personificato. La sua anima è l’anima del capitale. Ma il capitale ha un unico impulso vitale, quello di valorizzarsi, di generare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, coi mezzi di produzione, la più grande massa di pluslavoro sia possibile. Il capitale è lavoro morto che resuscita, come un vampiro, solo succhiando lavoro vivo, e tanto più vive quanto più ne succhia. Il tempo in cui l’operaio lavora è il tempo in cui il capitalista consuma la forza lavorativa acquistata. Se l’operaio consumasse per se stesso il proprio tempo a disposizione, egli commetterebbe un furto verso il capitalista». Tuttavia non è lecito applicare in risposta al problema gli identici strumenti di esso. Il gioco di sfruttamento capitalistico non muta se gli Elohiym capitalisti sono rimpiazzati dall’Elohiym socialista: sempre olocausti si richiedono. Simile meccanismo mentale, nevrotico, di richiesta-offerta di un sacrificio (umano), non è esclusivo, in questa forma, del capitalismo: è tipico dell’irrazionalismo occidentale. Dal dettato veterotestamentario, alla Chiesa cattolica e a tutte le inquisizioni cristiane (dalla morte di Gesù ai roghi di streghe ed eretici), passa dal sistema capitalistico, e giunge alla Shoah. Il nazionalsocialismo, una fabbrica del male, la cui ideologia e azione condanno fermamente, ha operato secondo la logica (malata) ricordata. Un’irrazionale forza oscura ha preteso sacrifici umani di milioni di Ebrei, un crimine contro l’umanità e la civiltà universale che nessuno potrà mai rendere ammissibile o tollerabile. La tradizione irrazionalistica e volontaristica tedesca, fondata dall’antisemita Lutero, si contrappone in modalità nazionalistica al liberal-capitalismo internazionalista. Il rapporto tra nazisti e comunisti fu ambiguo, come dimostra la loro collaborazione durante il periodo intercorso tra il Patto Ribbentrop-Molotov e l’inizio dell’Operazione Barbarossa. Sovietici e Tedeschi avevano in comune l’ostilità all’asse capitalistico angloamericano, e un’affinità attivistico-volontaristica alla base di questa avversione verso il capitalismo filoinglese: tutto ciò li rese alleati seppur per breve tempo (l’URSS non fu esente da antisemitismo interno). I concetti cardine del pensiero marxiano (uomo e tempo) si sono reincarnati nel pensiero dell’antisemita Martin Heidegger, prosecutore dell’irrazionalismo tedesco. Il di lui inquadramento nichilistico dell’uomo (esserci) in un contorno di temporalità (essere-nel-tempo) è conseguenza della filosofia marxiana. Heidegger è erede di Marx. Ognuno di loro naturalmente elaborò un personale sistema, però entrambi hanno un legame dialettico prossimo nel gran fiume irrazionalistico del volontarismo germanico (Heidegger era il propugnatore dell’opzione esistenziale della “scelta”). Se Marx è figlio spirituale di Locke, Heidegger lo è di Marx. Nel secondo caso padre e figlio hanno avuto l’occasione di andare d’accordo un po’ meglio che non nello schema della prima circostanza. La filosofia heideggeriana critica il progresso della tecnica quale barriera a un senso pieno della vita umana. Marx e Heidegger sono nemici della capitalistica distopia alienante/velante. Tuttavia ad avviso dell’ultimo il rimedio al problema spettava alla razza tedesca eletta all’uopo (a proposito di questo non possiamo accettare né principi, né mezzi, né tanto meno azioni); ad avviso dell’altro a una diversa razza eletta, quella dei lavoratori (organizzati dopo la rivoluzione nello Stato socialista). Sebbene viviamo «nel tempo de li dei falsi e bugiardi» a cui una mandria di pecore viene sacrificata, di Karl Marx possiamo solo apprezzare la bontà della parte critica del suo sistema. Quanto di lui diventa proposta di aperta sovversione, di azione violenta al di fuori di legittima difesa dell’ordine e della giustizia, non può essere accolto nella dialettica sociale e politica. Questione cruciale è comprendere e stabilire il margine di razionalità. A ciò serve lo studio della storia, la quale i più non conoscono. L’archetipo junghiano del capitalismo è negativo, come quello dell’antisemitismo: essi gravitano in un’area psichica estroverso-irrazionale. Il denaro è un simbolo correlato al primo. Compare nelle posizioni iniziale e finale del ciclo capitalistico nella espressione marxiana D-M-D': il denaro (valore di scambio) è l’obiettivo, la merce si appiattisce agli occhi del capitalista al grado generico di idolo e di mezzo in relazione al suo scopo. Questo è un modello produttivo malato, giacché il valore d’uso mostra la sua facciata soltanto al consumatore, il quale cerca strumenti di benessere (non trascuriamo che alcuni potrebbero essere finti e indotti nell’uso da strategie manipolatorie: Epicuro muove tale appunto ai piaceri in modo chiaro). La sequenza marxiana M-D-M indica un’economia di sussistenza, che è quella sana: dove de facto conta il valore d’uso.


NOTE


I brani di Marx sono tratti da un’edizione de “Il capitale” pubblicata da Newton nel 1996.

Per approfondimenti